Il Riesame scarcera il manager di Enerambiente Giovanni Faggiano. Confermata la corruzione: ecco dove finiscono le mazzette

Rifiuti, i giudici: «Tangenti ai vertici Asìa»

Agli atti pagine di omissis 2010 9 mesi sui rapporti con politici e con apparati di sicurezza
25 febbraio 2012 - Leandro Del Gaudio
Fonte: Il Mattino

2010 L'indagine L'inchiesta scatta nel settembre del 2010, dopo il raid e il rogo degli autocompattatori di Enerambiente in via De Roberto. Fiamme dolose da parte di ex lavoratori rimasti improvvisamente senza contratto. Spunta la pista delle tangenti.
9 mesi la detenzione Nove i mesi di detenzione per Giovanni Faggiano, ex amministratore di Enerambiente, per anni principale fomistrice di servizi per Asia, l'azienda speciale per l'Igiene urbana del Comune di Napoli. Ieri il Riesame gli ha concesso gli arresti domiciliari.

L'indagine la detenzione Denaro spostato dal basso verso l'alto. Dalle coop di operatori ecologici ai vertici di Asia, la municipalizzata del Comume che cura la raccolta dei rifiuti a Napoli. Eccola l'ultima traccia investigativa nella storia di presunte mazzette all'ombra dell'azienda comunale. Intercettazioni, testimonianze, analisi dei conti correnti, centrale è il ruolo di Giovanni Faggiano, ex «ad» di Enerambiente per anni principale fornitrice di servizi per Asia. Dopo nove mesi di detenzione a Poggioreale, al manager Enerambiente il Riesame concede il beneficio degli arresti domiciliari, con un provvedimento che apre lame di luce su possibili interessi che ruotano attorno al mondo Asia: c'è la corruzione - spiegano i giudici - ci sono le mazzette che arrivano ai (non ancora identificati) vertici Asia, mentre sono da mettere a fuoco i rapporti lo stesso Faggiano ed esponenti degli apparati di sicurezza. Rifiuti, corruzione e servizi segreti? Andiamo con ordine, a partire dall'odore dei soldi. Il giro è questo: a corto di mezzi, Asia si serviva di Enerambiente, che a sua volta subappalta il servizio raccolta alle coop che, per vedersi confermati gli appalti, versano soldi. Tangenti, ma a chi finivano i quattrini? Lo spiega il Riesame (presidente Loredana Acierno, Angelo Capozzi e Massimo Perrotti), quando ragiona sul giro di corruzione: «Non vi sono logiche alternative alla destinazione dei proventi richiesti alle cooperative e di quelli oggetto di suzione dalle casse di Enerambiente, che la destinazione alla retribuzione dei vertici Asia (anche se allo stato «in incertam personam») al fine di consentire la prosecuzione di una prassi assolutamente illecita nella gestione degli appalti per la raccolta dei rifiuti soldi urbani del comune di Napoli negli anni in contestazione». Difeso dai penalisti Agostino De Caro e Stefano Montone, Faggiano ha fornito in questi mesi alcune ammissioni, ma ha negato di aver intascato mazzette odi averle girate e politici e funzionari pubblici. E il versante politico o amministrativo che fa da sfondo alle indagini scattate a settembre del 2010, dopo l'incendio degli autocompattatori di Enerambiente invia De Roberto. Fiamme dolose da parte di ex lavoratori rimasti improvvisamente senza contratto, appiccate da chi aveva pagato tangenti (e fornito pacchetti di voti, stando ai pm) e si era visto chiudere i rubinetti dei finanziamenti pubblici. Ma non è tutto. Si scava sui rapporti che per anni (almeno fino alla precedente giunta comunale) hanno retto gli equilibri tra pubblico e privato. È ancora il Riesame a indicare la costituzione di «provviste in nero» attraverso la fatturazione di Enerambiente di consulenze da parte di amici e parenti di Scuteri (manager di una delle coop finite nel mirino, ndr), ma anche le «cospicue uscite per contanti dai conti personali di Faggiano; l'assunzione da parte delle cooperative di personale suggerito dalla famiglia Cigliano (coinvolti in questa vicenda Antonio e i figli Dario e Corrado, ndr), che rappresenta «storicamente la continuità di un sistema clientelare incancrenito nelle viscere dell'ente territoriale partenopeo». Ma non è tutto. Dagli accertamenti più recenti, emerge uno sfondo di contatti con ambienti opachi. Agli atti rapporti tra Faggiano ed esponenti degli apparati di sicurezza: «Nel rapporto tra Faggiano e il suo entourage si percepiscono chiari segni di intese e relazioni (a contenuto patrimoniale) con torbidi ambienti di produttori d'armi e logistica militare, con il conseguente fumus, come sempre maleodorante, dei servizi di sicurezza». Inchiesta condotta dal procuratore aggiunto Gianni Melillo, dai pm Danilo De Simone, Luigi Santulli, Maria Sepe, Ida Teresi, ci sono decine di pagine zeppe di omissis a proposito delle conversazioni intercettate con personaggi politici, ma anche a persone collegate con servizi segreti e apparati di sicurezza. Al telefono c'è un non meglio precisato «onorevole» che chiama Faggiano per un interessamento nella costruzione di un penitenziario, ma riferisce anche della disponibilità di altri politici a impiegare persone segnalate dagli stessi in ragione di eventuali commesse assegnategli. Una trama di rapporti in cui Faggiano è la «sintesi», la «convergenza di realtà differenti», tra affari privati e soldi pubblici, tra rifiuti e informazioni top secret. Non passa inosservato il tentativo dello stesso Faggiano di riposizionarsi, di passare dalla gestione di una impresa impegnata sul fronte rifiuti a una possibile azienda specializzata in sicurezza. Sono le conversazioni intercettate tra Faggiano e Stefania Vio (impegnata a Napoli nella catena di servizi per la raccolta rifiuti), che spostano l'interesse sul nuovo pallino imprenditoriale dell'avvocato brindisino, quello delle informazioni top secret e dei contatti con alti ufficiali dei reparti di sicurezza.

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