La Cgil: per un gruppo di ammalati non c'è prescrizione, per gli altri si farà ricorso

Eternit, 16 operai saranno risarciti

Attilia e Carlo: «Ecco come si moriva ogni giorno a Bagnoli»
15 febbraio 2012 - Espedito Vitolo
Fonte: Corriere del Mezzogiorno

L'avvocato Di Calmo «La prescrizione non scatta in sedici casi e comunque di concerto con la consulta giuridica Cgil ricorreremo»
NAPOLI — Il giorno dopo la sentenza-beffa di Torino, gli operai sopravvissuti alla Eternit di Bagnoli, ammalati di asbestosi e parenti dei defunti, provano a consolarsi della amara sorpresa. Intanto gli avvocati studiano meglio le carte. Nessun risarcimento per le vittime dello stabilimento flegreo per la prescrizione dei reati, è stato detto. Ma per almeno sedici dei cinquecento operai agli atti del processo non sarà così. Ad annunciarlo è l'avvocato della Cgil Massimo Di Celmo. «Abbiamo controllato la sentenza — spiega — e la prescrizione non scatta in sedici casi. Quindi a Bagnoli un gruppo di operai e familiari sarà risarcito». Per gli altri si è pronti ad aprire un'altra battaglia legale. In un comunicato il sindacato annuncia che «di concerto con la consulta giuridica della Cgil, decidiamo di ricorrere in Appello».
Le reazioni indignate di chi per quelle fibre maledette ha perso genitori o fratelli, si sono fatte sentire ieri sul web, in tv e nelle redazioni. «Non possono esistere morti di serie A e di serie B, morti di Casale e di Bagnoli», è lo slogan, coro generale, delle reazioni di rabbia e di amarezza. Il Tribunale di Torino ha dichiarato che il «disastro ambientale» (ma non la «rimozione di cautele») provocato dagli stabilimenti di Napoli-Bagnoli e Rubiera (Reggio Emilia) è prescritto. «Se vi è una condanna — protestano i comitati delle famiglie di Bagnoli — non può essere per alcuni, deve essere per tutti». Attilia Cardelli, 73 anni, nello stabilimento napoletano ha lavorato dal 1955 al 1983. È una delle poche sopravvissute. Era stata assunta a 16 anni perché orfana di guerra. Nel 1978 si è ammalata di asbestosi — una delle patologie causate dalle polveri di amianto — ma ha continuato a lavorare per cinque anni, fino a quando è stata messa prima in cassa integrazione, poi in pensione. «Prescrizione? E che significa questa parola? — protesta —. Io so solo che le vite di noi di Bagnoli e le vite degli operai di Casale valgono allo stesso modo. Siamo anche noi dei poveri cristiani». «Non è una questione di risarcimenti. Vorrei solo che si facesse giustizia. E dico giustizia vera», prosegue la signora Attilia. Era addetta al reparto dove si realizzavano canne fumarie e collettori fo - gnari coibentati con il minerale killer.
«Si lavorava solo con i guanti per evitare di ferirci alla mani — racconta — e la polvere era dappertutto. E si alzava anche a macchine ferme, solo se si camminava nel reparto. Solo negli ultimi anni abbiamo utilizzato le mascherine».
Quando si è ammalata ha continuato: «Non avevo i requisiti per essere dichiarata inabile al lavoro». E da oltre 34 anni convive con la «malattia professionale» che ha portato alla tomba tanti suoi colleghi.
«Ogni tanto sento di qualcuno che ci ha lasciati, nello stabilimento eravamo oltre 1200. E proprio per questo noi abbiamo il dovere di non arrenderci. Come fare? Questo lo dovranno stabilire gli avvocati. Ma contro l'amianto non c'è alcuna prescrizione che tenga».
Carlo Finardi fu assunto all'Eternit di Bagnoli nel 1949. Abita a Bacoli. Ricorda ancora il primo giorno di lavoro: «Era il 27 settembre, per me fu una bellissima giornata».
Partecipò ad una selezione: nello stabilimento si cercavano tornitori a secco da destinare al reparto dove si confezionavano i tubi. Alla selezione si presentarono in 10 ma «fummo assunti in due». Anche Finardi è una delle vittime dell'amianto. Non riesce a digerire la sentenza: «Fatemi capire una cosa: perché si è deciso in questo modo? E che significa?». E uscito dallo stabilimento nel febbraio del 1982: «Con la malattia e gli anni, ora faccio fatica anche a camminare». E a causa dell'asbestosi, di tanto in tanto, deve far ricorso all'ossigeno. «All'inizio tante cose non le sapevamo — racconta — e noi per poter resistere alla polvere che si alzava stringevamo fazzoletti bagnati in bocca. All'uscita eravamo tuffi impolverati. Polvere che finiva per entrarci anche nella pelle». 

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