L'inchiesta, gli avvisi

Veleni in mare in 41 rischiano il processo

Indagini chiuse per l'alma, Bertolaso, Bassolino, Nocera Ultimo atto firmato da Lepore
La svolta Un accordo tra controllori e controllati per gestire il percolato solo in modo «virtuale»
28 dicembre 2011 - Leandro Del Gaudio
Fonte: Il Mattino

Creare una apparente situazione di legittimità, gestire per anni - dal 2006 al 2011 - un servizio valido solo sulla carta, buono a mettere in circolo milioni di curo. È il nucleo dell'ultimo atto d'accu - sa vibrato dalla Procura di Napoli a carico di quarantuno indagati, tra ex amministratori, politici e prefetti: avvisi di chiusa inchiesta sono stati così recapitati all'ex governatore Antonio Bassolino, all'ex capo della sua segreteria politica Gianfranco Nappi, all'ex assessore regionale Luigi Nocera; ma anche a Marta Di Gennaro (per anni numero due in seno alla Protezione civile), al prefetto ed excommissario Corrado Catenacci, all'ex commissario e capo della Protezione civile Guido Bertolaso; poi all'ex prefetto e commissario Alessandro Pansa; all'ex dirigente del ministero dell'Ambiente Gianfranco Mascazzini; all'ex sub-commissario Carlo Alfiero. Gravi le accuse contestate, almeno a leggere l'avviso di chiusa inchiesta firmato da Giovandomenico Lepore (procuratore di Napoli, oggi in pensione), dal capo del pool ecologia Aldo De Chiara, dai pm Giuseppe Noviello, Paolo Sirleo e Pasquale Ucci: associazione per delinquere, truffa, falso, traffico di rifiuti e una serie di contestazioni in campoambientale. Dicembre 2011, sotto i riflettori torna la gestione del percolato, liquido prodotto dalla decomposi-zione dei rifiuti. C'è un'ipotesi di fondo, la stessa che sta alla base dei 14 arresti dello scorso gennaio: dai sette impianti di cdr al mare, il percolato sarebbe stato trattato, trasportato e conferito senza rispettare le regole. Anzi: tutto sarebbe avvenuto in una «situazione di legittimità solo apparente», sia all'interno dei sette impianti cdr (in alcuni casi usati solo come siti di stoccaggio) sia all'interno di regi lagni e impianti di depurazione. In particolare, alcuni indagati «agevolavano attivamente nonché istigavano gli altri concorrenti nel reato nel porre in essere artifizi e raggiri per occultare e dissimulare la pessima gestione degli impianti di depurazione, comprensivo dell'illecito conferimento del percola-to». L'ipotesi di fondo è quella associativa. Per anni, ci sarebbe stato una sorta di patto tacito tra controllori e controllati, tra esponenti della regìa commissariale e imprenditori: milioni gli euro assegnati per gestire un servizio ritenuto dai pm più o meno virtuale. Quanto basta a spingere gli inquirenti a notificare le stesse accuse nei confronti dei manager del gruppo Fibe (tra cui Armando Cattaneo e Massimo Malvagna), il gruppo che alla fine degli anni Novanta si aggiudicò l'appalto per la realizzazione del ciclo del trattamento dei rifiuti. Anni di indagine, screening sul carteggio tra funzionari pubblici e manager privati, agli atti anche intercettazioni e testimonianze raccolte nel corso dei mesi, con la voce (isolata) di chi ha provato a fermare la presunta catena di illeciti, come un funzionario che tentò di segnalare i raggiri oggi ipotizzati dagli inquirenti. Indagine chiusa, probabile la richiesta di rinvio a giudizio a carico degli indagati. Difesi, tra gli altri dai penalisti Claudio Botti, Carlo De Stavola, Arturo Frojo, Alfonso Furgiuele, Giuseppe Fusco, Massimo Krogh, Salvatore Nugnes, Luigi Tuccillo, Mauro Valen - tino, gli tutti i soggetti coinvolti proveranno a scrollarsi di dosso l'accusa di aver lucrato sull'emergenza, ricordando l'impossibilità di paralizzare la gestione del percolato negli anni della grande crisi.

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