Casale sotto choc «Troppo sangue»

Il parroco: «I due omicidi creano nuove paure, avevamo creduto di poterci liberare»
3 giugno 2008 - Tina Cioffo
Fonte: Il Mattino Caserta

Casal di Principe. Il giorno dopo l’assassinio di Michele Orsi a Casal di Principe è il tempo degli interrogativi. Cosa fare e come farlo? Il tentativo è ritrovare la forza per andare avanti e per opporre - così come dice Renato Natale, presidente dell’associazione Masslo - «un modello di cittadinanza attiva, sana e solidale a un contesto territoriale che negli ultimi giorni ha visto troppo sangue». «Un modello - aggiunge Natale - che riesca a opporsi agli assassini di Domenico Noviello ucciso il 16 maggio e oggi a quelli di Michele Orsi che pure aveva tentato di rompere il giogo sotto il quale la camorra lo aveva costretto». A preoccuparsi per i giovani sui quali pesa il macigno della rassegnazione sempre in agguato, è Filomena Vella, presidente della cooperativa Solesud, sede di tutte le associazione riunite nel comitato don Diana. «Così come a Trieste - spiega Vella - i bambini conoscono la bora, come vento ribelle ed impertinente al punto tale che entra nella loro vita come fenomeno della natura. Così anche a Casal di Principe ogni assassinio sparge sangue non solo sull’asfalto, ma nella mente e più in generale nella vita di tutti i casalesi che non sono tutti i camorristi». «Noi siamo - continua Vella - quello che viviamo e quello che vediamo. Ho lasciato il paese con grande fatica portando via i miei figli, lasciando i mie genitori, la mia casa e il mio lavoro e dove ho lasciato anche la mia storia, perché la violenza non ammazza solo ”gli altri”. Non esiste il superfluo nella violenza. L’assassino della speranza è più subdola ed insidiosa,che continua oltre il giorno dell’omicidio e del funerale». A scappare via sono in tanti a pensarci. «Avvenimenti del genere - afferma don Delio Pellegrino, parroco della chiesa di Maria Santissima Preziosa - possono creare nuove paure quando in realtà sembrava che ci si volesse e ci si potesse liberare da una cappa che ci soffoca». Un affrancamento continuo che il comitato Don Peppe Diana guidato da Valerio Taglione nella veste anche di coordinatore di Libera Caserta non ha mai smesso di perseguire. «Lo stiamo facendo - sostiene Taglione- dal 1994, da quando la mano camorrista uccise don Peppino. Da lui abbiamo appreso l’importanza della scelta di campo e del significato delle parole accompagnate dagli atti». Azioni di riscatto che il comitato metterà in campo con il festival dell’impegno civile il prossimo 27, 28 e 29 giugno. Le location saranno solo beni confiscati. «Una rassegna - sostiene Taglione- che è molto di più che semplice teatro o buona musica. È l’unione delle energie positive per lavorare al riscatto culturale, sociale ed economico di un territorio, che non vuole essere terra di camorra». Non vuole ma non ce la fa ancora a urlarlo a pieni polmoni contro quei «buffoni» di camorristi. Non ce la fa perché ha paura, teme di essere ucciso senza rendersi conto che la morte con i camorristi ancora in strada arriva ancora più velocemente. Intanto da Torino la delegazione di Libera Piemonte che domenica era arrivata accompagnando i tre testimoni di giustizia Pino Masciai, Bruno Piazze e Silvana Fucito, hanno annunciato presto un ritorno.

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