De Magistris scopre che i rifiuti non svaniscono

Lo scontro con la difficile realtà cittadina dopo l'utopia elettorale
22 giugno 2011 - Marco Imarisio
Fonte: Corriere della Sera

L’indimenticabile domenica del «Differenziamoci» è un appunto a futura memoria. Il 3 febbraio 2008 fu tecnicamente il giorno più nero della grande crisi dei rifiuti. A terra giacevano 300.000 (trecentomila) tonnellate di pattume, via Toledo e il lungomare Caracciolo facevano orrore. Le periferie, meglio lasciar stare. In leggerissimo ritardo sui tempi il Comune aveva allestito dieci punti di raccolta per carta, vetro, plastica e alluminio, uno per ogni Municipalità. Rosa Russo Iervolino volle andare in una di queste piazze del riscatto civico, la definizione era sua. Si lasciò scappare una frase che apparve fuori luogo, dato il contesto di un orizzonte oscurato dai cumuli di sacchetti neri. «Così libereremo Napoli» fu la promessa. Gli assessori presenti sul posto si chiusero a testuggine per garantire l’incolumità del sindaco. La realtà fa un male cane. Luigi de Magistris non è certo il primo a esserci passato, sulla piazza delle promesse irrealizzate, vedi alla voce Antonio Bassolino e poi, di seguito Silvio Berlusconi fino al presidente della Provincia Luigi Cesaro. «Cinque giorni per ripulire la città» aveva detto il nuovo sindaco sull’onda dell’entusiasmo. L’eterna crisi napoletana dura ormai da vent’anni, non è il caso di formalizzarsi sui tempi. Ma le elezioni sono state vinte anche grazie a una serie di annunci in tema di rifiuti che somigliano parecchio a quello ormai celebre dei cinque giorni. Le proposte dell’ex magistrato prevedevano l’innalzamento della raccolta differenziata al 70 per cento in sei mesi — adesso langue intorno al 20% -, il divieto assoluto di ricorso a nuove discariche, e di nuovi termovalorizzatori manco a parlarne. Infine, la trasformazione dei siti di tritovagliatura dei rifiuti, detti Stir, in impianti ecologici sul modello di quello di Vedelago, provincia di Treviso, l’unico in Italia che consente il riciclo integrale di ogni forma di spazzatura. Molto ambizioso, per un posto come Napoli. L’utopia è sempre tale per definizione, e funziona solo in campagna elettorale, quando sognare è permesso. Lo ha imparato sulla sua pelle, il mite governatore campano Stefano Caldoro. Anche per questo non se la sente di gettare la croce sul nuovo sindaco. «Forse ha sbagliato a sbilanciarsi. Purtroppo ci vorranno tre anni, duranti i quali dovremo affrontare insieme altri momenti difficili». L’attuale emergenza, ancora modesta rispetto al passato, è un piano inclinato. Un treno in corsa verso la ripetizione del disastro napoletano trasmesso in mondovisione nei 2008. Chiaiano, l’unica discarica aperta nella provincia, chiuderà il 27 giugno ed è ormai satura. De Magistris ha fondamentalmente cavalcato la cara, vecchia opzione rifiuti zero. Su questa filosofia, difficilmente contestabile, ma di ardua applicazione, ha raccolto intorno a sé anche i centri sociali delle rete Commons. Gli stessi che si batterono contro l’apertura del «buco» da 700 tonnellate nella periferia nord di Napoli. Il collo della bottiglia è quello. Le emergenze scoppiano quando non c’è più una discarica dove mettere i rifiuti, che hanno la pericolosa tendenza ad accumularsi infischiandosene delle scadenze. Mancano i buchi, manca il tempo. L’apertura dei siti di trasferenza, mai evocati in campagna elettorale, è un primo brusco cambio di direzione. Sotto l’elegante dicitura si nascondono infatti delle discariche temporanee, 72 ore di sosta dell’immondizia in attesa di altra destinazione, non è chiaro quale. Adesso è più difficile, adesso c’è da governare, facendo i conti con una situazione drammatica che richiede scelte veloci, forse impopolari, in contrasto con le dichiarazioni di poche settimane fa. «E’ falso — dice l’assessore all’Ambiente Tommaso Sodano — sostenere che siamo passati dalle barricate al pragmatismo. Stiamo piuttosto cercando un difficile compromesso. Il termine dei cinque giorni è stato una ingenuità pronunciata in buona fede, sulla base di un calcolo matematico che prevedeva una raccolta di 400 tonnellate al giorno». Ma a Napoli 2 più 2 non fa mai quattro, figurarsi cinque. Il sindaco udc di Caivano ha risposto picche alla richiesta di aprire un sito di trasferenza. «Abbiamo già dato» dice Domenico Falco. Il suo comportamento è in linea con il passato. Da Pianura 2008 a Terzigno 2010, lo Stato ha sempre fatto marcia indietro, creando precedenti che giustificano il diniego da parte degli altri amministratori. Al primo scivolone de Magistris ha reagito inserendo il pilota automatico, come facevano i suoi predecessori. Complotto, provocazione contro di me, ritorsione perché vado contro camorra e poteri forti, colpa degli altri, Provincia, Regione e naturalmente governo. C’è del vero, ma la verità è più complessa. Il sindaco si trova di fronte alla non troppo sottile differenza che passa tra «scassare» e governare. La seconda attività implica dolorose prese di coscienza, soluzioni utili a tamponare un’urgenza quotidiana. Il de Magistris intransigente poteva permettersi, come avvenuto pochi mesi fa a Bruxelles, di chiedere all’Unione europea «la sospensione sine die dei fondi Ue stanziati per i rifiuti della Campania», chiedendo l’avvio di una procedura di infrazione contro l’Italia. Oggi, di quei soldi, il sindaco de Magistris ha un disperato bisogno, gli servono per l’incremento della raccolta differenziata e per la riconversione dei siti. La colpa non è solo degli altri, come va dicendo in questi giorni. Nella tra-p gedia dei rifiuti la colpa è stata di tutti. Proprio Sodano, con un realismo che gli costa dolore, ammette che sì, forse sarà necessaria una «soluzione autonoma», modo gentile per dire che serve una discarica. La campagna elettorale è finita, o almeno dovrebbe. Gli scontri frontali con una realtà tremenda sono appena cominciati.

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