Rifiuti ecco l'azienda dei rom spunta l'inceneritore abusivo

Choc a Gianturco: carcasse e pneumatici al rogo. Il business rame
7 maggio 2011 - Pietro Treccagnoli
Fonte: Il Mattino

L’inceneritore a Napoli Est c’è già. Certo non è il mastodonte che non si decidono a costruire, nei campi disastrati tra Ponticelli e San Giovanni a Teduccio. È un inceneritore fai-da-te. È a Gianturco. Sapete dov’è via Brecce a Sant’Erasmo? Certo, se la conoscete la evitate, come una malattia contagiosa. In quella no-fly zone, dove resiste qualche rivenditore di marmitte e qualche officina meccanica, dove i muri sgarrupati nascondono all’occhio terreni incolti e abbandonati dove, prima che esplodessero, c’erano le raffinerie, dove quando cala la sera e le ombre si attorcigliano perché non hanno dove allungarsi, quando l’ultima saracinesca è stata abbassata, scocca l’ora delle coppie clandestine che si appartano, con una forte prevalenza di prostitute, trans e marchettari gay. I treni della Circumvesuviana vanno e vengono, ma da lassù, come dalla bretella dell’autostrada, si vedono solo cumuli di monnezza alti anche due metri. Montagne che l’Asìa si limita a compattare, a togliere dalla carreggiata stradale, ma che non rimuove, tanto è speciale quella massa fetente di schifezza, suppurante nel fango. Sono davvero le scorie del ventre di Napoli, deiezioni di un benessere che non c’è più, lo specchio deformato e indifferenziato della merce allo stato terminale: caschi per moto, lavandini, cartoni, barattoli, lattine, sedie di paglia, piatti ornamentali decorati con carrettini siciliani, pesce marcio, gusci di cozze, finestre, giacche, scarpe, paraurti, materassi, canotti sgonfi. Persino i cassonetti sono stati aggrediti dalle fiamme e mostrano il nero della fuliggine incrostata, che s’è fatta pelle. Il resto lo sguardo si rifiuta di catalogarlo, per non straziare le mucose nasali. A smaltire questa cancrena della defunta Zona Industriale ci pensano i rom che da quattro-cinque mesi hanno costruito una baraccopoli oltre il muro che delimita l’area dell’ex-Sacim, una fabbrica di porte e infissi, chiusa da tempo. Sono circa un centinaio, molti bambini che passano il tempo a palleggiare con un supersantos. Arrivano dalla Romania. Da Costanza, sul Mar Nero. E dicono di essere musulmani. Etnia turca, insistono. «Apparteniamo a un solo gruppo familiare» spiega in un italiano fragilissimo un cinquantenne che si presenta come il capovillaggio. Una ventina le baracche, c’è persino una palma, con sotto un divano, raccattato chissà dove, che sembra riprodurre un cortile balcanico. La monnezza è dall’altra parte del muro. La puzza che scavalca le pietre è asfissiante. «La bruciamo per questo» commentano in coro. Tutt’attorno ai casaruoppoli, costruiti a ridosso dell’autostrada e sotto il rustico di un capannone industriale, ci sono dei falò fumanti. E per tutta la giornata c’è un traffico di monnezza trasportata dall’esterno all’interno con carriole rudimentali. Più lontano ci sono i rovi spinosi che servono da gabinetto, la parte meno inquinata del recinto. Ma i piccoli roghi non sono così neutri come vogliono far credere gli zingari. Mostrano tracce di pneumatici, di carcasse televisive, di frantumi elettronici. Rifiuti altamente inquinanti che loro bruciano per tirar fuori da quel blob immondo e ingordo che cresce di giorno e di notte, rame e altro materiale metallico, per rivenderlo. È un lavorio di formiche. Gomme di varie dimensioni sono accumulate e depositate un po’ più lontano. Di questa miseria si nutrono, i nomadi. Davvero vite bruciate. Ma con qualche lusso, assai strano. Un altro po’ di danaro lo tirano su vendendo fazzolettini ai semafori, in concorrenza con gli africani, o pulendo i vetri, sfidando gli arabi. L’aria è appestata da fumo, spesso nero. La terra dei fuochi e dei veleni, a poco a poco, dalla provincia a Nord di Napoli sta conquistando la martoriata periferia della metropoli. I rom non lavorano solo con le carriole. Hanno un paio di Apecar e persino un camion bianco, all’apparenza nuovo, che servono per trasportare rifiuti più ingombranti. Hanno raccattato di tutto, non solo nella zona delle Brecce. Ci sono persino vasche da bagno capovolte e sparse sul terreno battuto. A che serviranno se non c’è l’acqua corrente? L’elettricità l’acchiappano abusivamente da qualche parte, a loro rischio e pericolo. La gente che lavora nella zona, perché in questo inferno non ci vive più nessuno, si lamenta a denti stretti: «Siamo abituati a tutto, purtroppo. È la conseguenza dell’abbandono in cui ci hanno lasciati. Quando arriverà il colera qui ci trova». Essì, perché i primi caldi sono impietosi. Una volta tornava maggio e tornava l’amore, come cantava il poeta. Ora torna maggio e trova sempre più monnezza.

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