"L'Irpinia non rischia, ora lavori per lo sviluppo"

Giuseppe De Mita: nessun pericolo dal piano rifiuti e i sei progetti sono un'opportunità
21 aprile 2011 - Generoso Picone
Fonte: Il Mattino

Giuseppe De Mita, lei è il vicepresidente della giunta Caldoro: il consiglio regionale ha dunque approvato il piano per affrontare l’emergenza rifiuti a Napoli. È davvero un provvedimento che vede l’Irpinia come vittima? Lei è sempre convinto che i margini di ambiguità - specie quando si parla di superamento della rigidità del sistema - nel deliberato siano governabili e la provincia di Avellino sia al riparo dalla realizzazione di una megadiscarica? «Non vedo ambiguità nel testo approvato dal consiglio regionale e sono assolutamente convinto del fatto che l’Irpinia non rischi l’apertura di una nuova discarica. Ciò che registro, invece, è una fase di estrema confusione e se la confusione può essere legittimamente legata a una preoccupazione, questa preoccupazione è però alimentata da una ricostruzione falsata della realtà. Abbiamo difeso la provincializzazione. Lo abbiamo fatto sia contro la legge nazionale che l’attenua, sia contro il primo testo presentato dal consigliere Salvatore che la cancellava del tutto. Il sub emendamento approvato in consiglio regionale altro non è se non l’esplicitazione di quanto già accade con i meccanismi delle quote di solidarietà, l’ultima delle quali concordata il 4 gennaio scorso, a cui si aggiunge una procedura che va nella direzione della tutela del territorio. Il testo, dunque, non penalizza l’Irpinia, ma rafforza i poteri in capo alle Province. L’alternativa altrimenti sa quale sarebbe stata? L’applicazione della legge nazionale 1 del 2011 che affida poteri commissariali al presidente della Regione. È chiaro, dunque, come la provincializzazione fosse già un’idea non rigida. In sintesi, la nuova norma non tocca gli ambiti e non sottrae poteri alle Province. L’alternativa era la legge nazionale che tocca gli ambiti e affida poteri commissariali al presidente della Regione. Non mi pare una differenza da poco. Il testo approvato in consiglio regionale non indica soluzioni: definisce una procedura e assegna la titolarità di questa procedura alle Province che possono anche manifestare dissenso, ma che sia un dissenso motivato e non espresso per ottusità. Di fronte a tutto questo, ripeto, non leggo ambiguità e non intravedo possibili trappole».
Dalla sanità ai rifiuti, l’Irpinia ha imbracciato la bandiera della protesta, e con evidente legittimità almeno nella prima fase. Non le sembra che poi stia mancando quella della proposta, della definizione - cioè - di un modello di gestione della sanità e dei rifiuti che vada al di là della difesa dei diritti minacciati ma che indichi - ad esempio - nuove e migliori funzioni di assistenza sul territorio e l’indicazione di una dislocazione anche in Irpinia di impianti e strutture significative (lavorazione carta, vetro, compost, eccetera) per il ciclo dei rifiuti? «In Irpinia si registra questa singolare condizione secondo cui si raggiunge l’unità, ma solo sul capro espiatorio. Sarebbe preferibile che ci si scontrasse sulle idee piuttosto che mettersi a presidio dell’esistente, in una posizione che è di conservazione ottusa. Perché è di questo che si tratta. L’esempio calzante è dato da quello che è avvenuto sul fronte della sanità. È scoppiata la protesta e ci si è affidati alla piazza. Quando la protesta è entrata nel luogo in cui si decideva, allora le barricate sono venute meno perché non c’era alcuna proposta che consentisse di superare la difficoltà. Sui rifiuti la posizione assunta dal consiglio provinciale di primo acchito sembra chiara, ma nella sostanza appare incomprensibile. Si difende la provincializzazione, ma senza far riferimento alla legge nazionale che la indebolisce e si procede in una discussione astratta sulla difesa del territorio. Ma voglio cogliere l’aspetto positivo di questa discussione che ha assunto toni generici. Questa condizione di attenzione può avere una sua concretezza quando sarà attivata la procedura prevista dal testo appena approvato. Dovrà essere proprio il consiglio provinciale a decidere se esistono le condizioni per cui concedere la solidarietà e le modalità in cui farlo. A conferma che la nuova procedura non toglie, anzi esalta le prerogative che sono proprie del consiglio provinciale».
L’assessore provinciale Giuseppe De Mita, che ha lavorato alla definizione degli accordi di reciprocità per il piano strategico, qulae giudizio darebbe dei sei Grandi progetti approvati dalla giunta regionale per l’Irpinia? «La programmazione presentata si muove in coerenza con gran parte della strategia di pianificazione messa in campo dalla Provincia di Avellino, ma dentro un discorso complessivo. Da un lato è stata salvaguardata l’esigenza infrastrutturale e dall’altro è stato dato seguito a indicazione tematiche su cui l’Irpinia presentava già una discreta maturità. E faccio riferimento all’automotive, all’aerospaziale e alle energie rinnovabili. A chi oggi fa polemica sento di chiedere: nella precedente programmazione di tutto questo cosa era previsto? Praticamente niente. Ma è una discussione che non voglio fare. Dovremmo, invece, ragionare su come determinare le condizioni che accelerino questi processi».
La critica che viene dai rappresentanti delle organizzazioni sindacali è di un’assenza di cornice programmatoria, di una visione globale che guidi gli interventi e di una marginalità della provincia di Avellino rispetto alle scelte per l’area metropolitana: è la causa o l’effetto della debole attività pianificatoria di questi anni in Irpinia? «Credo che non sia così. Sono convinto che una cornice dentro la quale muoverci ce l’abbiamo. Poi però ascolto le organizzazioni sindacali secondo le quali questa programmazione non ha effetti immediati. Vero è che il futuro si prepara. Finora, invece, abbiamo affidato la capacità di spesa agli enti locali e gli enti sovracomunali non sempre hanno svolto la loro funzione a pieno. In giunta regionale abbiamo ragionato su quello che era oggettivamente possibile fare e su quello che era più immediatamente realizzabile. La constatazione che è emersa è che l’Irpinia non fosse sempre pronta con progettazioni in fase avanzata rispetto agli indirizzi strategici che ha inteso darsi. Il rischio che in provincia di Avellino si corre è che ci si unisca nella malinconia e che manchi quello slancio che invece in questa fase sarebbe auspicabile».
Il presidente di Confindustria Avellino insiste nei due tempi: uno per le scelte strategiche, che vedranno i loro risultati negli anni a venire; l’altro per le risposte immediate, che dovrebbero presto incidere nel quadro della crisi. I progetti approvati fanno parte prevedibilmente del primo caso. Per il secondo, la cabina di regia per lo sviluppo regionale come intende muoversi nei confronti dell’Irpinia? «Posso anche condividere questa interpretazione. La lettura corretta dei processi però sta nella trasposizione dei principi generali nella condizione pratica, attuale. È vero che esistono scelte strategiche di lungo periodo, e penso all’Alta velocità, ma è anche vero che i Grandi progetti ci impongono tempi stringenti. Così come la tempistica relativa all’utilizzo e alla spese delle risorse comunitarie in genere è molto serrata. In più i Grandi progetti da un lato prevedono celerità nelle procedure e dall’altro ci consentono di spostare i termini della spesa fino al 2015. Va detto, ancora, che il rientro nel Patto di stabilità ci consegna una condizione nuova e più agevole. E se i Grandi progetti si riferiscono alle infrastrutture e all’industria, c’è poi un altro capitolo rappresentato dall’agricoltura, dai borghi, dalle eccellenze agroalimentari, dal turismo di montagna su cui stiamo predisponendo un Grande programma nel quale trovino articolazione obiettivi operativi già esistenti che non riguardano solo l’Irpinia, ma tutte le aree interne della Campania».
Ma da Napoli, dall’osservatorio del governo regionale, che posto ha l’Irpinia nell’ambito della Campania di oggi e di domani. «Noi siamo dentro una condizione che storicamente è zavorrata da logiche centripete. È questo non è legato a un discorso di sensibilità politica o di autorevolezza. Da un po’ di tempo a questa parte, però, iniziano a emergere logiche diverse che cambiano gli assetti e che fanno muovere flussi in senso opposto rispetto alle tradizionali dinamiche di attrazione metropolitana. E questa è una condizione che non vale solo per la Campania. Per l’Irpinia può rappresentare un’opportunità, ma solo se emerge la capacità di individuare obiettivi. Un’opportunità che, invece, si rischia di perdere dentro logiche di conservazione piuttosto che di innovazione. Non sempre, infatti, c’è un grado di attenzione adeguato rispetto a queste condizioni di novità che si sono determinate. Il vero punto è questo: la marginalità dell’Irpinia non è vinta dentro un gioco di forza tra diversi localismi perché finiremmo noi per dare credito alla logica dei numeri. Invece, dobbiamo cambiare il terreno di gioco. Dobbiamo ribaltare questo atteggiamento di difesa che, seppur inizialmente comprensibile e giustificabile, rischia di essere la condizione che ci affossa».

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