Manifesti contro le toghe Minacce e spot anti-pm

Dal caso Ruby alle indagini Asìa
Ecco come i Cigliano volevano indebolire il "partito dei giudici"
15 aprile 2011 - l.d.g.
Fonte: Il Mattino

Contromosse su più piani, su più livelli. Da un lato i contatti con la moglie di Salvatore Fiorito, poi promesse di regali e benefici alla potenziale bocca di fuoco. E non è finita. In parallelo una strategia mediatica, con una serie di manifesti che hanno tappezzato dopo gli arresti dello scorso gennaio la zona del Palazzo di giustizia e le strade in cui abitano alcuni magistrati. Manifesti, spot ad alto impatto, che entrano nella richiesta di arresto della Procura e che vengono ricordati dallo stesso gip Iaselli. Cosa raccontano i manifesti dei Cigliano? C’è un riferimento al premier Berlusconi e una critica esplicita alla «ondata giustizialiasta» che si sta impossessando del Paese. Come a dire: dal caso Ruby ai Cigliano, dalle accuse al premier alla raccolta della monnezza a Napoli. Tutto per far passare un teorema che avrebbe dovuto sensibilizzare l’opinione pubblica ma anche giudici del Riesame e esponenti della pubblica accusa. Strategia che non ha sortito l’effetto desiderato. Ai pm, Salvatore Fiorito ha confermato i meccanismi delle assunzioni fittizie e dei pagamenti in favore della famiglia Cigliano. Si legge nell’ordinanza: «L’avvocato Faggiano (amministratore delegato di Enerambiente, estraneo al blitz di ieri mattina) per primo parlò di una lista di lavoratori da assumere, alcuni dei quali indicati da un sindacalista, e nel momento in cui i rapporti proseguirono, i nomi dei dipendenti da assumere furono praticamente imposti secondo le indicazioni contenute nelle liste che in occasione di ogni nuova convenzione venivano consegnate da Corrado Cigliano. Sulle liste, accanto al nome, c’era anche il referente». Parole da prendere con le molle, che non corrispondono a un giudizio di colpevolezza, semmai a una pista investigativa tutta da battere. Fiorito racconta anche che «Corrado Cigliano nel 2008 gli presentò il fratello Dario, il quale fece assumere alcuni dipendenti e gli promise che avrebbe fatto lavorare da qualche parte anche persone proposte da lui, che si mise quindi a disposizione per la campagna elettorale». L’amministratore della Davideco rivela anche che «una parte del fatturato di Davideco veniva consegnato in contanti a Cigliano Corrado o a Faggiano, per l’importo di 20.000 euro al mese». Tentativi di contattare Fiorito che, nonostante tutto, va avanti nelle sue dichiarazioni: «Stu cesso di Fiorito: hai capito i guai che ci ha fatto... E noi gli abbiamo mandato anche i soldi!». Parole attribuite dai pm a Antonio Cigliano, ex assessore comunale di Napoli e padre del consigliere comunale e provinciale arrestato ieri. Il denaro (tutti biglietti da 50 euro, «così - aveva suggerito Antonio Cigliano ai figli - sembrano di più») era stato consegnato alla moglie di Fiorito, ma non aveva sortito gli effetti sperati. Drammatico il colloquio in carcere in cui la moglie sembra dissentire dalla decisione del marito di continuare a collaborare, nonostante il soldi ricevuti: «Cosa gli hai detto?». Lui risponde: «Che quello era venuto a casa e ti aveva dato per tre volte 1.500 euro». La donna lo rimprovera: «E perché glielo hai detto? Questo te lo potevi pure risparmiare di dirglielo». Fiorito risponde: «Eh, perché voci, voci o altro», «lasciando intendere - commenta il gip - che la cosa era già emersa da qualche intercettazione». In un altro colloquio Fiorito ammette: «Io collaboro, ormai l’ho detto: ho dato i soldi a questo, a quell’altro, a quest’altro». Il cognato di Fiorito aggiunge: «Ho dovuto mettere a lavorare questo e quest’altro, gliel’ho detto eccome».

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