Chianese e i pozzi avvelenati nella «terra dei fuochi»

Contaminate le coltivazioni che forniscono materia prima alla produzione di surgelati
7 aprile 2011 - Daniela De Crescenzo
Fonte: Il Mattino

Pesche, mele, melanzane e broccoli a Giugliano e dintorni continuano a essere annaffiati con l’acqua avvelenata dalla Resit dell’avvocato Cipriano Chianese. E dal mercato di verdure dell’area Nord, uno dei più importanti del Mezzogiorno, le verdure partono per le tavole di tutt’Italia: tra i principali clienti degli agricoltori della zona ci sono le ditte produttrici di surgelati. Non sono servite a far chiudere i pozzi né le relazioni presentante un anno fa dal geologo della Procura, Giovanni Balestri, né le successive analisi dell’Arpac che hanno confermato per i primi quindici invasi le conclusioni dell’esperto: la falda acquifera è contaminata da sostanze cancerogene. Il sindaco di Giugliano, Giovanni Pianese, avrebbe dovuto ordinare lo stop ai proprietari, ma ancora non lo ha fatto. «Nel trasmettere i verbali l’Arpac non ha inviato i corretti riferimenti catastali - spiega - ora dovrà inviarci nuovamente gli incartamenti, poi la Asl preparerà i verbali e io li firmerò». I proprietari a quel punto dovranno chiudere i pozzi e toccherà poi alle forze dell’ordine verificare che lo abbiano fatto. Intanto Pianese ha chiesto un incontro al commissario per le bonifiche, Mario Di Biase e un altro all’assessore regionale alla sanità per capire se frutta e verdura annaffiate con le acque avvelenate siano veramente pericolosi per la salute. Se, come la legge prescrive, cominceranno le chiusure dei pozzi il danno provocato da Chianese sarà enorme: l’intero sistema agroalimentare tra Napoli e Caserta rischia il tracollo. La rovina dei coltivatori potrebbe essere il prezzo della ricchiezza accumulata da Chianese con il commercio dei rifiuti. Solo per le cave X e Z della Scafarea di proprietà della Resit l’avvocato ha intascato 35 milioni. Le discariche dell’avvocato di Parete, come quelle di Vassallo e degli altri proprietari, si sono moltiplicate all’infinito negli anni dell’emergenza. Nel 97 con un’ordinanza il commissario ne decide la chiusura e la messa in sicurezza. Alla bonifica dovrebbe provvedere la società di gestione, hanno poi ricostruito i pm Raffaele Marino, Giuseppe Narducci ed Alessandro Milita, ma non lo fa. Nel 2003, nel pieno di una nuova crisi, però, le cave misteriosamente risorgono, e il 5 agosto il sub commissario Giulio Facchi con un’ordinanza permette al Consorzio NA3 di utilizzarle per sistemarvi le cosiddette ecoballe. Poiché la buca è piena si crea una nuova discarica in sopra-elevazione. Una situazione ad alto rischio, tanto che i rifiuti andranno più e più volte in fiamme. Nel 2004 a distanza di poche settimane si incendiano la Resit di Chianese e la Alma di Avolio, un altro dei protagonisti delle inchieste sui trattici dei rifiuti. E gli incendi continuano tuttora. La terra dei fuochi continua a bruciare. E la salute dei suoi abitanti, almeno a giudicare dalla perizia di Balestri è ad alto rischio. «Il ritrovamento in falda di sostanze cancerogene quali il tricloro e il tetracloro etilene direttamente e unicamente riconducibili alle attività delle discariche Resit in località Scafarea e alla tipologia dei rifiuti in essa smaltiti... comporta l’avvelenamento della falda acquifera sottostante gli impianti», scrive il geologo. E la contaminazione futura della falda acquifera si estenderebbe «sin oltre i confini provinciali interessando la popolazione di numerose masserie che utilizzano ancora i propri pozzi anche per l'uso alimentare personale». Una diagnosi preoccupante, ma finora inascoltata.

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