Rifiuti choc, la conta dei veleni nella discarica della morte

Maruzzella: 5 lavoratori uccisi dal cancro, altri 4 malati: "Ma le analisi sono ok"
31 marzo 2011 - Daniela De Crescenzo
Fonte: Il Mattino

I laghetti L’invaso raccoglie tonnellate di percolato: al suo cospetto Chiaiano è un gioiello San Tammaro. Ventuno dipendenti: Cinque morti per cancro, quattro operati per la stessa malattia. Sono i lavoratori della discarica di Maruzzella, tra San Tammaro e Casal di Principe, aperta nel 1996 e tuttora in funzione. Un elenco impressionante, quello messo a punto dal direttore operativo del sito, Antonio De Gennaro, uno di quelli finiti sotto i ferri per allontanare il male. «L’ultimo dei miei compagni di lavoro è scomparso poche settimane fa - racconta De Gennaro - noi siamo ancora qui. Impauriti, ma decisi a capire quello che sta succedendo». I dati dei monitoraggi ambientali, quelli sul suolo, quelli sulle acque, quelli sull’aria, non mostrano risultati allarmanti: tutto sembra nella norma. Eppure gli operai della discarica continuano a morire. Nella baracca di lamiera, tra montagne di spazzatura e piramidi di ecoballe, De Gennaro mostra il suo elenco: c’è un morto sul lavoro, Pasquale Pascarella, investito da un camion; poi ci sono i cinque uccisi dal tumore. Accanto a quattro nomi la scritta «operato di cancro». Una strage. Una strage inutile. Da almeno un paio di anni ai dipendenti del consorzio unico assegnati alla discarica di Maruzzella sono stati affidati solo due compiti: raccogliere il percolato e custodire il sito. Al lavoro ci sono gli operai del consorzio Salerno 2 e quelli delle ditte private. Tra Napoli e Caserta, secondo la dotazione organica approvata dalla Protezione Civile, sono 423 gli operai in esubero. Gli uccelli A segnalare materiali organici gli stormi di gabbiani dirottati verso l’entroterra In realtà sono molti di più i fannulloni. Alcuni per scelta, altri per necessità. E un breve giro tra le vasche colme di percolato e le colline di monnezza aiuta a capire anche le ragioni dei forzati del riposo. Intorno alla baracca di lamiera presidiata da De Gennaro e dagli altri dipendenti dell’ex consorzio Ce2 (poi Geoeco, poi consorzio unico) ci sono ruspe, camion, container. Tutti rigorosamente fermi. Sulla fiancata la scritta «sequestrati il 14 febbraio nell’ambito del procedimento 21733/09». Il provvedimento è stato deciso dalla procura di Santa Maria Capua Vetere. Ma i mezzi erano già bloccati da anni. Quando il consorzio unico era subentrato ai cinque bacini casertani (il Ce4 era stato investito dalle indagini sui fratelli Orsi) gli autoarticolati che ora sono parcheggiati non figuravano nell’elenco. Dimenticati. I trasporti tra il sito di trasferenza di Ferrandella e l’adiacente discarica di Maruzzella sono stati perciò affidati a ditte private mentre i dipendenti del consorzio si limitavano al carico e allo scarico dei rifiuti. Gli appalti, tutti, sono annunciati su sito del consorzione, ma non sono mai stati pubblicati gli affidamenti. Dal cantiere occupato dai superstiti della spazzatura, parte una strada costruita sui sacchetti. È questo il bello delle discariche: nei siti maledetti sull’immondizia si viaggia, si corre, si cammina. Intorno si coltiva: ai piedi delle montagne di balle e di tal quale si piantano broccoli e meloni. La strada sale, si inerpica sempre più ripida sulla monnezza. In cima si ammira il panorama a trecentossessanta gradi della cittadella dei rifiuti. In fondo, da un lato le pile delle ecoballe di Ferrandella e dall’altro quelle di San Tammaro. Al centro le due vasche di Maruzzella con un lago forse di percolato e un po’ più avanti la terza vasca, quella ancora vuota che dovrà ospitare la monnezza prossima futura (Il piano regionale, infatti, prevede un allargamento del quindici per cento del sito) e su tutto migliaia di gabbiani pronti a cogliere al volo i bocconi più ghiotti sversati dai compattatori delle ditte assoldate dai Comuni che fanno parte del consorzio, ma preferiscono ricorrere ai privati. Primo tra tutti Aversa che ha affidato raccolta e trasporto alla Senesi i cui manager nello scorso luglio sono stati coinvolti in una vicenda giudiziaria. Nella vallata spiccano due enormi capannoni. Dentro un impianto di compostaggio mai inaugurato. Potrebbe lavorare ogni anno 40 mila tonnellate di frazione umida derivata dalla raccolta differenziata. Ma è stata utilizzato dal commissariato come deposito delle balle. Poi quando finalmente lo scorso anno è entrato in funzione il termovalorizzatore di Acerra si è deciso di bruciarle. Prima, però, è stato necessario spacchettare la spazzatura, liberarla dal filo di ferro che la legava e dalle sostanze che non potevano bruciare. Nel capannone sono entrate le ruspe che hanno danneggiato il pavimento. Per rimetterlo a posto la struttura stralcio ha fatto un appalto: dalla iniziale cifra di settecentomila euro gli uomini del generale Morelli lo hanno assegnato per centoventimila euro. Ma ora nel capannome c’è un camioncino con la scritta Edil Tecnologicy e nessun uomo al lavoro. Secondo il piano regionale il compostaggio a San Tammaro dovrebbe essere possibile a partire da giugno: per allora bisognerà completare i lavori e affidare l’impianto ai privati che vinceranno la gara. Intanto la frazione umida viene portata da anni nelle altre regioni con la modica spesa di duecento euro a tonnellata. «Questa è una macchina modernissima - spiega De Gennaro guardando ammirato il congegno - a Biella l’ho vista in funzione». E a San Tammaro? «Magari ve lo mostrerò la prossima volta che verrete», dice il direttore. Poi fa una pausa e conclude: «Se sarò ancora vivo»

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