«Segnalammo 12 terreni gestiti da clan un flop le inchieste sulle compravendite»

I dubbi di Russo, fino al 2006 alla guida della commissione ecomafie
"Che fine hanno fatto quelle indagini?"
23 gennaio 2011 - Daniela De Crescenzo
Fonte: Il Mattino

«In dodici casi i terreni sui quali dovevano essere stoccate le balle o aperte le discariche erano state acquistate da persone vicine alle mafie: lo spiegarono alla commissione parlamentare d’inchiesta i magistrati Trapunzano e Fragliasso che stavano conducendo le indagini. Ora si torna a parlare di quegli stessi siti. E io mi chiedo: che fine hanno fatto le inchieste della magistratura? Perché non è mai stata fatta luce su quelle oscure vicende?». Paolo Russo, attualmente presidente della commissione agricoltura, fino al gennaio 2006 presidente della commissione ecomafie, accetta di ricostruire quello che accertò negli anni tra il 2001 e il 2006.
Ha mai sentito parlare di servizi segreti scesi in campo per l’affare rifiuti. «Non potevo, perché la relazione si chiuse nel gennaio 2006 e quindi precedentemente alle vicende di cui si parla. Noi abbiamo ascoltato presidenti di Regione, amministratori, alti magistrati, forze dell’ordine a ogni livello: nessuno ce ne ha mai fatto cenno. Ma visto che c’è attenzione sulle aree che hanno ospitato i siti credo che sia giunto finalmente il momento per fare chiarezza anche sul modo nel quale a partire dal Duemila e per gli anni immediatamente successivi sono state individuate. Bisognerebbe fare luce sulla gestione del commissariato di governo in quegli anni. Anche perché, lo ripeto, già allora c’era un’importante indagine sui passaggi di mano in mano che avevano preceduto gli acquisti e i fitti».
Che cosa era successo? «C’era un gruppo di persone e di imprese (spesso gravate da interdittive antimafia) che nel giro di giro di poche ore aveva comprato e venduto. E i nomi erano sempre gli stessi, In alcuni casi erano stati rintracciati anche cinque passaggi di mano. In un’altra vicenda lo stesso notaio aveva registrato una serie di passaggi di mano e anche il fitto alla Fibe».
C’era un elenco di aree? «Sì. Erano dodici i siti proposti per ospitare gli impanti e in undici di questi c’erano state una serie di compravendite con un ricarico che andava dalle 4 alle 24 volte il prezzo iniziale. Solo in un caso chi doveva comprare o fittare aveva trattato direttamente con i proprietari senza intermediari».
Ricorda di quali aree di trattava? «Dopo aver letto gli articoli su Il Mattino sono andato a riguardare i documenti che ancora conservo e sono riuscito a ricostruire quelle vicende». Che cosa ha scoperto? «La prima area interessante è quella di Capaccio che la Fibe voleva fittare per stoccare le ecoballe: secondo le forze dell’ordine sarebbe stata di proprietà di due imprenditori che frequentavano Cosimo D’Andrea imprenditore legato alla nuova camorra organizzata».
E nel napoletano che cosa succedeva? «A Napoli la disponibilità di due delle tre cave di Chiaiano è stata offerta dai medesimi soggetti subito dopo averle acquisite. La Fibe stilò contratti per otto anni spendendo quasi quattro milioni. Successivamente una di queste aree è stata utilizzata per ospitare parte della discarica ancora aperta attualmente. A Giugliano l’area Settecainati che ha ospitato una discarica e un sito di stoccaggio è stata offerta alla Fibe da un soggetto che ha condanne anche per associazione camorristica. E lo stesso è avvenuto a Cava Ripuaria uno e due, cava Giugliano e nella cava di Villaricca».
E nel Casertano? «Ci fu segnalato come oggetto di passaggi di mano sospetti il sito di Maddaloni». E poi cosa successe? «Nulla. E proprio questo è la cosa sconcertante. Quei siti sono stati utilizzati, almeno fino al 2005, dal commissariato di governo e delle inchieste non ho più sentito parlare».

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