Ai clan dei casalesi i fitti dei terreni per le ecoballe

Su conti correnti riconducibili a Zagaria i fondi del Commissariato di governo
22 gennaio 2011 - Rosaria Capacchione
Fonte: Il Mattino

Nel portafoglio clienti del promotore finanziario di una importante banca europea, con sede anche a Napoli, c’era mezza Casapesenna: piccoli agricoltori, piccolissimi commercianti, artigiani e braccianti agricoli, proprietari di microscopiche stalle. Uomini e donne di scarso reddito e quasi inesistente patrimonio immobiliare che però avevano scoperto l’acquisto di pacchetti azionari e l’iscrizione a fondi previdenziali. Una rapida indagine sulla provenienza del denaro che alimentava gli investimenti consentì ai carabinieri del Ros di scoprire che arrivavano tutti dalla stessa parte: il commissariato per l’emergenza rifiuti. Erano il corrispettivo dei canoni di pagamento per l’affitto di suoli, concentrati nell’area sud dell’agro aversano, utilizzati quali siti di stoccaggio delle ecoballe. Quel promotore finanziario, processato per riciclaggio (e poi assolto), aveva un solo cliente importante: Pasquale Zagaria, fratello dell’attuale capo del clan dei Casalesi, imprenditore del movimento terra, svariate condanne per associazione camorristica ed estorsione. Gli aveva anche fornito una carta di credito miracolosa: non era (formalmente) appoggiata a conti correnti ed era, sostanzialmente, inesauribile. Segno che da qualche parte, probabilmente in Lussemburgo, esisteva la provvista, accessibile solo attraverso i canali riservati della banca. L’inchiesta, che era coordinata dal pm Raffaele Cantone, si fermò nel 2007 a pochi centimetri dal pentolone. Si sospettò che quella miriade di piccoli clienti del promoter fossero prestanome di Pasquale Zagaria (perché mai, si disse, avrebbero dovuto investire il loro denaro in una poco agevole agenzia bancaria di Napoli?) ma il collegamento non fu accertato. Il fascicolo principale dell’inchiesta ha portato alla condanna di Pasquale Zagaria, dei due fratelli Carmine e Antonio, del suocero parmense Aldo Bazzini. Le informazioni contenute nel fascicolo-stralcio non sono state più esplorate compiutamente ma oggi sono tornate di attualità. Quei terreni sono gli stessi che compongono le tre grandi piattaforme sulle quali sono state depositate le ecoballe prodotte dagli impianti di Cdr napoletani e casertani. Piattaforme che sarebbero un altro degli affari del clan dei Casalesi fatti in accordo con funzionari infedeli del Commissariato straordinario per l’emergenza rifiuti e con la partecipazione straordinaria di alcuni 007. Le aree di stoccaggio contrattate dalla famiglia di Michele Zagaria e da Antonio Iovine, arrestato dopo quindici anni di latitanza, sono quelle di San Tammaro-Santa Maria la Fossa, Villa Literno, Taverna del Re. Tracce dell’accordo sono contenute anche negli atti dell’inchiesta «Normandia», appena chiusa dai pm antimafia Marco Del Gaudio e Antonello Ardituro, che ha portato all’arresto per associazione camorristica dell’ex consigliere regionale dell’Udeur Nicola Ferraro e del fratello Luigi. Ne accennano i collaboratori di giustizia (tra i quali Gaetano Vassallo) riferendosi alla gestione delle discariche; ne fanno vago riferimento anche gli amministratori pubblici intercettati. Il sindaco di Villa Literno, Enrico Fabozzi, si interessa in modo particolare alla nomina dell’assessore all’ambiente e chiede rassicurazioni a Ferraro «per quella cosa di Villa Literno che bisogna fare». I tempi sono sempre gli stessi, gli anni a cavallo tra il 2006 e il 2007. È il periodo in cui, stando a fonti riservate, sarebbero avvenuti gli incontri tra il latitante Michele Zagaria, lo 007 e l’uomo della Regione (o del Commissariato per l’emergenza rifiuti). Ma di interferenze della camorra nella localizzazione dei siti di stoccaggio delle ecoballe si era parlato anche alcuni anni prima, quando la Fibe e il subcommissario vicario Massimo Paolucci avevano individuato l’area di Frascale, alla periferia di Capua e a ridosso dell’area dei Mazzoni (quella della dop della mozzarella di bufala). Nel 2002 l’opzione fu fortemente osteggiata dai cittadini e dagli imprenditori agricoli ma il sito, sia pur in misura più ridotta, fu ugualmente realizzato. Due anni dopo l’incendio delle migliaia di ecoballe accatastate nel deposito, rogo spento dopo due giorni. Fu accertato che le fiamme erano state appiccate dolosamente, si sospettò la mano della camorra. Il fascicolo con gli accertamenti tecnici fu trasmesso alla Dda. L’autore dell’incendio non è mai stato identificato.

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