Truffa Recam sui rifiuti sequestri a sei indagati

Nuovi sigilli per risarcire il danno erariale
29 luglio 2009 - Franco Agrippa
Fonte: Il Mattino Caserta

Beni per circa 400 mila euro sono stati sequestrati dai militari della compagnia della Guardia di Finanza di Marcianise a sei persone coinvolte nell'inchiesta «Giudizio finale» coordinata dalla Dda di Napoli. Il provvedimento degli uomini del capitano Giovanni Esposito riguarda i danni erariali derivanti dalla presunta truffa aggravata ai danni della Recam, la società per il recupero ambientale, ora interamente regionale e già partecipata da Italia Lavoro. Quello di ieri è l'ulteriore sequestro dell'operazione, che portò all'esecuzione di cinque ordinanze di custodia cautelare in carcere, 44 indagati e un megasequestro di un impero economico del valore di circa 40 milioni di euro tra immobili, conti correnti, terreni e società anche nel Basso Lazio, portata a termine il 28 maggio scorso dalla Guardia di Finanza di Marcianise (su impulso dell'ex comandante, il capitano Alessio Bifarini) e dai carabinieri del Noe di Caserta e coordinata dai magistrati della Dda di Napoli. Un'inchiesta - salutata con grande favore dalla comunità locale che ha espresso il suo apprezzamento alle Fiamme Gialle - che ha dimostrato la gestione diretta da parte del clan Belforte di società operanti nel settore dei rifiuti con cui riciclavano capitali provenienti anche da altre attività illecite. I destinatari delle ordinanze di sequestro oltre a Giuseppe Buttone e Pasquale Di Giovanni, tutt'ora irreperibili, sono Marisa Golino, moglie di Di Giovanni, Mauro Delle Curti, Agostino De Filippo e Antonio Scialdone. Quest'ultimo, in particolare, funzionario della Recam, società impegnata nella riqualificazione dei Regi Lagni, che nel 2004 sottoscrisse il contratto di appalto per la rimozione dei rifiuti prelevati nel nolano alla Sem, società di Di Giovanni e Buttone che sarebbe controllata dal clan Belforte. Tra il 2004 e il 2005, dunque, Recam aveva conferito alla Sem oltre 10mila tonnellate di rifiuti, per un fatturato di un milione e mezzo di euro. Ad almeno 6 mila di esse sarebbe stato attribuito un codice di rifiuto fasullo, quello che contrassegna gli scarti dell'edilizia e non quello dei rifiuti urbani indifferenziati. Ciò avrebbe consentito alla Sem di avviarli a recupero presso gli impianti delle società «Liccarblock» ed «Edilcava» a un prezzo nettamente inferiore 10-12 lire al chilo, invece di 150 lire al chilo. L'impresa avrebbe incassato, attraverso questa truffa, almeno 400 mila euro. Con la complicità, sostiene la Dda, di Scialdone. I magistrati gli contestano di avere fatto assegnare l'appalto alla Sem nonostante quest'ultima non fosse in possesso dell'iscrizione all'albo nazionale gestori ambientali per le attività di bonifica. Proprio Scialdone, rilevano gli inquirenti, quando fu nominato alla Recam era tra l'altro amministratore delegato in due società riconducibili a Di Giovanni: Iniziative Ecologiche spa e Gisa.

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