ORTA DI ATELLA

Il rogo tossico del biologico

3 novembre 2013 - Angelo Mastranrea
Fonte: Il Manifesto

Uno pensa di averle viste tutte, dopo aver visi­tato una decina di disca­ri­che abu­sive tutte più o meno simili. Invece non è così. Nella Terra dei fuo­chi il bub­bone dei rifiuti di un sistema «malato e mar­cio» emerge come un’escrescenza mali­gna, e può rispun­tare anche dove meno te l’aspetti. Così è acca­duto che l’incendio che ha appe­stato la cit­ta­dina di Orta di Atella, il 30 ago­sto scorso, ha sve­lato il vero volto di un’azienda che si nascon­deva die­tro l’abito del «bio­lo­gico». L’edificio bru­ciato della Euro­com­post — que­sto il nome della fab­brica di con­cimi bio — oggi appare come bom­bar­dato, let­te­ral­mente fatto a pezzi. Sulla fac­ciata e su un altro muro delle scritte con lo spray rosso: «Area con­ta­mi­nata, vie­tato entrare». «L’hanno fatta i vigili urbani», come graf­fi­ti­sti qual­siasi, mi dice Enzo Tosti, l’operatore sociale ento­mo­logo della mon­nezza che mi accom­pa­gna nel viag­gio in quell’area tra il napo­le­tano e il caser­tano che il pen­tito Car­mine Schia­vone ha defi­nito «pat­tu­miera d’Europa». «Quando l’hanno sigil­lata, qui c’era un can­cello d’ingresso e non si poteva entrare». Ora non c’è più nulla: è stato tutto smon­tato, demo­lito, divelto, spac­cato. Non una porta, una fine­stra, una lam­pa­dina, un acces­so­rio per il water, le rin­ghiere dei bal­coni. Solo le quat­tro mura. Chi sia stato ad appic­care il fuoco pro­ba­bil­mente non si saprà mai, ma quel che è certo è che nel periodo pre­ce­dente, nono­stante l’area fosse sotto seque­stro, qual­cuno aveva prov­ve­duto a smon­tare la fab­brica: in barba al cura­tore fal­li­men­tare, si sono vola­ti­liz­zati mac­chi­nari che pesa­vano ton­nel­late.
Il giorno dell’incendio, rac­con­tano i testi­moni, le fiamme si vede­vano a chi­lo­me­tri di distanza e un nuvo­lone nero sta­zio­nava sull’area. Bru­cia­rono cumuli di pla­stica e i mate­riali della lavo­ra­zione stoc­cati all’interno, ad appe­stare l’aria fini­rono sol­venti e addi­tivi chi­mici. Tra le migliaia di roghi della Terra dei fuo­chi, que­sto rimane sicu­ra­mente il più memo­ra­bile. L’Eurocompost era stata aperta con fondi comu­ni­tari e doveva pro­durre con­cime orga­nico bio­lo­gico di ori­gine ani­male, con tanto di cer­ti­fi­ca­zione euro­pea di qua­lità Iso 9002. Sulle buste da cin­que chi­lo­grammi scam­pate chissà come al rogo si legge: «Non con­tiene con­ser­vanti, non con­tiene addi­tivi chi­mici, bio­lo­gi­ca­mente attivo». Nem­meno gli ignoti raz­zia­tori che l’hanno deva­stata indi­stur­bati hanno però osato smuo­vere quel che si trova in un capan­none: una mon­ta­gna di rifiuti di vario genere, accu­mu­lati uno sull’altro e abban­do­nati lì dal 2009, quando lo sta­bi­li­mento fu chiuso. La domanda che si sono posti i comi­tati di cit­ta­dini che si bat­tono con­tro il «bio­ci­dio» — come defi­ni­scono que­sto scem­pio con­tro la natura e la salute — è legit­tima: se il com­post si fa con rifiuti orga­nici, cosa ci face­vano lì den­tro le sostanze tos­si­che che sono andate in fumo? Quali misteri si nascon­de­vano in que­sta fab­brica? Ci sarebbe da aggiun­gere: chi pagherà la boni­fica, se mai ci sarà?
L’area è incu­sto­dita ed entrarvi è un gioco da ragazzi, basta un pic­colo atto di disob­be­dienza gior­na­li­stica a fin di rac­conto. Non sfug­giamo solo all’immancabile con­ta­dino di pas­sag­gio che inchioda il camion­cino e intona la già ascol­tata invet­tiva con­tro i gior­na­li­sti: «Ci state distrug­gendo, par­late solo male di que­sti posti e nes­suno com­pra più i nostri pro­dotti». La que­stione è la solita: intorno alla «fab­brica della puzza», com’era sopran­no­mi­nata l’Eurocompost, ci sono campi col­ti­vati, e gli agri­col­tori si sen­tono pena­liz­zati dalle cam­pa­gne media­ti­che.
«I con­ta­dini non pos­sono avere la botte piena e la moglie avve­le­nata», risponde alle lamen­ta­zioni con un’efficace alle­go­ria il dot­tor Anto­nio Mar­fella. Onco­logo all’ospedale Pascale di Napoli, Mar­fella è con­vinto che non ci sia altra strada che la «ricon­ver­sione dei ter­reni con­ta­mi­nati». Per il medico napo­le­tano è impos­si­bile con­ti­nuare a col­ti­vare su campi che risul­tas­sero inqui­nati. Pena l’ulteriore abbas­sa­mento della vita media. Il qua­dro che il dot­tor Mar­fella trac­cia è inquie­tante: «Negli ultimi vent’anni in Cam­pa­nia l’aspettativa di vita si è ridotta di due anni». Se si con­si­dera che la media è cal­co­lata su tutta la popo­la­zione cam­pana — sei milioni di abi­tanti — ma l’aumento della mor­ta­lità riguarda essen­zial­mente le pro­vince di Napoli e Caserta si capi­sce come da que­ste parti si viva ancor meno. È una con­ferma alla pro­fe­zia di Schia­vone, datata 1997: «In vent’anni mori­ranno tutti di can­cro».
«Era­vamo la regione della dieta medi­ter­ra­nea e oggi viviamo meno degli altri», dice Mar­fella, con­vinto che l’emergenza rifiuti di qual­che anno fa sia ser­vita solo a sten­dere una cor­tina fumo­gena sugli sver­sa­menti di sco­rie indu­striali. E ora che è finita, con le navi che por­tano la mon­nezza in Olanda — a un costo minore che nel vicino ince­ne­ri­tore di Acerra — emerge final­mente la verità, visi­bile a occhio nudo se solo ci si pre­mura di ana­liz­zare una disca­rica abu­siva: sotto quei sac­chetti della spaz­za­tura cit­ta­dina esi­ste un sistema ben oliato di smal­ti­mento dell’industria del falso, almeno nella Terra dei fuo­chi. Sono gli scarti dell’evasione fiscale, di quelle aziende che sfug­gono a qual­siasi cen­si­mento, ma anche delle griffe che par­cel­liz­zano il lavoro man­dando ad assem­blare qui i loro pro­dotti. Poco più a nord, invece, nella vicina Terra dei veleni, men­tre si accu­sa­vano i par­te­no­pei di fare poca rac­colta dif­fe­ren­ziata e i resi­dui orga­nici si accu­mu­la­vano nelle strade, i tir della camorra sca­ri­ca­vano bidoni con ben altro genere di sostanze, li inter­ra­vano e poi ripar­ti­vano in dire­zione nord Ita­lia.
C’è una punta di ama­rezza nelle parole di Mar­fella. Pos­si­bile che in vent’anni nes­suno abbia mosso un dito men­tre acca­deva que­sto scem­pio? I poli­tici innan­zi­tutto, ma anche gli agri­col­tori che si vede­vano sver­sare di tutto nei ter­reni, gli impren­di­tori. «Sono tutti col­pe­voli, com­presi gli epi­de­mio­logi che hanno messo il silen­zia­tore a quanto stava acca­dendo», con­clude Mar­fella. Smon­tare una fab­brica, per giunta sotto seque­stro come l’Eurocompost, non è un’operazione che si com­pie senza dare troppo nell’occhio. Ora è troppo tardi per rime­diare, forse. O forse no. Ci vor­rebbe una sorta di Piano Mar­shall per la boni­fica di que­sti ter­ri­tori, sosten­gono i comi­tati con­tro il «bio­ci­dio».
Men­tre cerco di rimet­tere in ordine il mate­riale rac­colto per que­sto arti­colo ricevo una tele­fo­nata. È l’ex sin­daco di Aversa Lello Fer­rara, sto­rico espo­nente della sini­stra nel caser­tano. Mi chiama per dirmi che non tutti sono stati zitti, nel buio della poli­tica cam­pana a cavallo tra un mil­len­nio e l’altro: nel ’98, ricorda, 28 sin­daci incon­tra­rono l’allora mini­stro dell’Interno Gior­gio Napo­li­tano e quello dell’Ambiente Edo Ron­chi. La Com­mis­sione d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti pre­sie­duta dal verde Mas­simo Sca­lia aveva indi­vi­duato 46 disca­ri­che. «Il 22 luglio di quell’anno, alle 2 di notte, noi sin­daci abbiamo fir­mato un pro­to­collo d’intesa per la boni­fica imme­diata», e ad ago­sto un decreto della pre­si­denza del Con­si­glio stan­ziò 800 milioni di lire. Ma a otto­bre il governo Prodi cadde, arrivò D’Alema e la boni­fica cadde nel dimen­ti­ca­toio. Nel mag­gio 2000 Anto­nio Bas­so­lino fu eletto pre­si­dente della Regione Cam­pa­nia e nomi­nato com­mis­sa­rio straor­di­na­rio all’emergenza rifiuti. Il resto della sto­ria la cono­scono tutti.

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