Ambientalisti all'attacco: «Si doveva intervenire dieci anni fa ora potrebbe essere tardi»

Ma la filiera è blindata: «A tavola cibi sicuri»

Dal presidio dei contadini alle certificazioni nei supermercati: ecco il piano anti-psicosi
10 ottobre 2013 - Pietro Treccagnoli
Fonte: Il Mattino

La Terra dei fuochi produce non solo peste cancerogena, ma anche, come danno collaterale, rumo mediático che sta devastando un'economia, senza rassicurare i consumatori. Possiamo mangiare i prodotti che sono coltivati nel triangolo dei veleni tra Giugliano, Casal di Principe e Acerra? La Coldirettì, che ovviamente difende i contadini, parla senza mezzi termini di psicosi e di un crollo di immagine che sta distruggendo il brand Campania, come avvenne a suo tempo con la mozzarella alla diossina e i rifiuti per le strade di Napoli. Ma chi se la sente di mangiare una melanzana o una mela con il marchio Aversa o Caivano impugni la prima forchetta. Non c'è chiarezza. Tutto è empirico e sembra affidato ai «si dice». Chi ha i dati istituzionali, se li ha, non li diffonde o la fa in modi che destano sospetti. «Ma il contadino» spiega subito il presidente regionale della Coldirettì, Gennaro Masiello «è il primo ad avere terrore di avvicinarsi a terre contaminate. E questi appezzamenti non sono più coltivati da anni, sono dedicati al no-food. Noi chiediamo chiarezza, perché in quelle campagne siamo al collasso». Per decenni, però, si è consentito di tutto, nell'indifferenza quasi totale. Masiello non cista: «No e no, i contadini hanno sempre denunciato chi inquinava». Non tutti. «Qualche delinquente può esserci stato, ma i grandi numeri spiegano che gli agricoltori sono le sentinelle del territorio, che è la loro casa e la loro vita. E ora più che mai siamo impegnati su questo fronte». Nella Terra dei fuochi, la mancanza di controllo e l'insistente senso civico hanno contribuito al «terriddio». Altrimenti avventurarsi per sentieri, frutteti e strade vicinali non sarebbe un fetido percorso a ostacoli tra cumuli di monnezza e falò diurni di prostitute. Fate un giro sulla Domiziana e o sulla Circumvallazione, prego, e poi ne parliamo. «La nostra verdura e la nostra frutta sono controllate» insiste Masiello «soprattutto quanto va nella grande distribuzione, con la quale esistono protocolli precisi e rigorosi sulla qualità. Ci sono ispettori che periódicamente verificano gli appezzamenti da dove provengono frutta e ortaggi. Esiti delle analisi Solo che ora, proprio la grande distribuzione vuoi giocare d'astuzia e alimenta il caos per abbassare i prezzi con cui acquista i prodotti dai contadini». A stare peggio sono, comunque, gli agricoltori che abitualmente portano pesche, mele, zucchine, pomodori, cavoli al Caan di Volla, il centro agroalimentare che ha sostituito il mercato ortofruttìcolo di Napoli, «m due mesi c'è stato un calo del 35 per cento dei prodotti acquistati dai produttori dei comuni della Terra dei fuochi» ammette l'amministtatrice delegata Valentina Sanfelice di Bagnoli. «I fruttivendoli che vengono a rifornirsi qui non ne vogliono sapere. E i grossisti non la comprano, anche quando sanno che è buona, perché da noi d sono periodid controlli a campione». A Volla va a rifornirsi la maggior parte dei rivenditori di Napoli e provincia che non riescono poi più a vendere sui loro banchi scarole, finocchi e peperoni coltivati nell'area tra il capoluogo e Caserta. «E i nostri fornitori» aggiunge la Sanfelice di Bagnoli «provengono per il 50 per cento proprio da B». Resta ilnodo dei piccoli mercatini rionali e della vendita diretta. In questi casi, i rischi potrebbero essere maggiori perché (nel caso dei piccoli mercati) le maglie dei controlli sono più larghe o (con i venditori lungo le strade) non ci sono proprio. Bisogna correre ai ripari, soprattutto per evitare che si insiste a coltivare dove non si può, per individuareiterreni inquinati dove, inconsapevolmente, si continua a produrre. E vanno fermati i roghi. Ma non si può fare di tutta la verdura un fascio da buttare. «Attualmente la Campania» ribadisce Masiello «è più avanti di altre regioni nella sicurezza degli alimenti, proprio perché siamo dentro questo dclone. Ma lo facevamo anche prima.
Altre regioni producono senza troppi scrupoli». Un modo per dire: chi ci assicura che comprare non-campano sia meno rischioso. Meno rassicurati e rassicuranti sono gli ambientalisti. A comindare da Raffaele Del Giudice, attualmente presidente dell'Asia, ma anche coordinatore, died anni fa, del rapporto sulle ecomafie nel quale fu usata per laprima voltala definizione Terra dei fuochi. «LaColdirettidovevaintervenire proprio dieci anni fa» ribatte. «Ora potrebbe essere troppo tardi ed è diventato molto complicato separare ³³ buono dal nocivo». Tra terra avvelenata dai sotterramenti di bidoni, acquapresa dalle falde acquifere mefitiche usate per irrigare i campi e le ricadute aree della diossina dei roghi diventa assai difficile trasformare la Terra dei fuochi nella terra dei cuochi, dove, non tanto tempo fa, si veniva a mangiare genuino. Ora la terra madre è terra matrigna. Ma non dovunque. E vorremmo sapere dove.

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