«Bypassare la falda inquinata per salvare l`agricoltura» Intervista a Armando Carravetta

Carravetta, docente di Idraulica «Basta con le improvvisazioni serve un piano d'emergenza»
La strategia Finanziamenti ad hoc e maggiore trasparenza così si volterà pagina
14 settembre 2013 - Gerardo Ausiello
Fonte: Il Mattino

«C'è un modo per salvarel ecoltivazioni agricole a Giugliano e nella piana campana dove i suoli non sono contaminati. Bisogna prelevare l'acqua a monte aggirando il problema della falda inquinata. Ma servono finanziamenti ad hoc del governo». Armando Carravetta, docente di Idraulica delle acque sotterranee alla Facoltà di Ingegneria della Federico II, ha un piano che consentirebbe agli abitanti della Terra dei fuochi di tirare un sospiro di sollievo: «Per attuarlo, tuttavia, è necessario superare la logica dell'emergenza e ripartire dalla trasparenza e dalla pianificazione degli interventi».
Dopo anni di silenzio filialmente nella Terra dei fuochi qualcosa si muove. «Lo stato di contaminazione del territorio della grande Napoli rappresenta ormai un'emergenza nazionale. Grazie alla mobilitazione dei comitati civici e alle sollecitazioni dei mezzi d'informazione sembra che il problema del degrado ambientale delle province di Napoli e Caserta sia stato recepito dai vertici delle istituzioni. Come sempre in questi casi si passa dalla più totale reticenza a un improvviso dinamismo, nel quale vengono declinati i risultati delle campagne di analisi e indicati gli interventi proposti. Ma questo sistema decisionale, che prevede taskforce, commissari e misure straordinarie, generalmente non produce frutti accettabili, come mostrala recente storia politica della Campania».
Cosa fare, allora? «Occorre cambiare totalmente metodo. La via è quella della programmazione, del confronto con i cittadini, della messa a punto di idonei strumenti normativi e finanziari e, solo in ultimo, della realizzazione di efficaci interventi condivisi. Solo in questo modo l'emergenza ambientale in Campania non sarà occasione di lucro per pochi, con scarsi effetti sui temtori devastati, e potrà trasformarsi in un'occasione di rinascita e crescita delle economie locali».
Ma nei 2mila ettari attorno alla Resit la bonifica è impossibile. «Purtroppo se anche fossero molto ingenti le risorse finanziarie da destinare alla bonifica sarebbero eccessivamente estesi la parte del territorio e i volumi di acqua di falda contaminati da bonificare. Stilare graduatorie sulla pelle dei cittadini è un'operazione odiosa e non più accettata dalla cittadinanza, come dimostra la difficoltà di uscire dall'emergenza rifiuti . Difficile essere ottimisti».
In concreto, quali opere possono essere realizzate? «È certamente utile una perimetrazione del territorio basata sul grado di inquinamento del suolo o della falda. Bene, poi, la riserva "no food" nelle zone più degradate. Bene à istituzione di una banca dati di tutte le informazioni utili, salvo il fatto che la tipologia delle notizie dovrebbe essere concordata con i tecnici, che saprebbero valorizzare l'enorme massa di dati raccolti negli anni in maniera piuttosto miope dagli enti pubblici . Non mi convince, invece, l'idea di impiantare in ampie parti del territorio, in cui attualmente sono presenti attività produttive, aree boschive, per l'effetto di tale riconversione sull'economia locale».
La priorità, però, resta l'acqua. «Bisogna estendere lo sviluppo della rete irrigua, in modo da utilizzare condotte in pressione per portare acqua alle aree meno inquinate, vietando il prelievo diretto in falda dai pozzi. In parallelo si potrebbe convenire la produzione nelle aree più degradate alle biomasse, in modo da consentire una residua produttività del territorio, magari con idonei incentivi alla produzione».

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