Nella «selva Lacandona», a 10 minuti di auto dal Policlinico, i minori a rischio lavorano le terre confiscate ai clan

Chiaiano, dove i ragazzini fanno la marmellata = Dove i ragazzi fanno la marmellata sognando alberi al posto dei rifiuti

Poggiani: «Riqualificare i sentieri e valorizzare le produzioni agricole»
16 luglio 2013 - Fabrizio Geremicca
Fonte: Corriere del Mezzogiorno

Un affiliato al clan Nuvoletta avrebbe voluto realizzare una maxi lottizzazione e invece, ora, nella selva Lacandona d sono pescheti, ciliegi, vigneti, bosco. Sequestro e confisca dei beni hanno evitato lo scempio. Chiaiano 9,67 chilometri quadrati, 23.045 residenti, fino al 1926 Comune a sé stante, riserva sorprese così. E su questi 14 ettari lavorano la terra i minori provenienti da famiglie disagiate o coinvolti precocemente in vicende giudiziarie. L'area, in attesa di un bando pubblico per l'assegnazione, è attualmente gestita dall'associazione R(e)sistenza. «Nel 2012 — racconta Ciro Corona, laurea in Filosofia alla Federico Ð e master in gestione dei beni confiscati — abbiamo prodotto 8000 marmellate e 2000 succhi di frutta». Sognando un parco al posto della discarica delle polemiche.
Pescheti, ciliegi, vigneti, bosco. Benvenuti nella «selva Lacandona», a dieci minuti di auto dalla zona ospedaliera di Napoli. Qui, su questi 14 ettari dove ora lavorano la terra i minori provenienti da famiglie disagiate o coinvolti precocemente in vicende giudiziarie, Angelo Simeoli, alias O bastone, imprenditore che gli inquirenti ritengono in rapporti con i clan Nuvoletta e Polverino, avrebbe voluto realizzare una maxi lottizzazione. Villette, garage, palazzi, negozi, supermercati. Sequestro e confisca hanno evitato lo scempio. L'area, in attesa di un bando pubblico per l'assegnazione, è attualmente gestita dall'associazione R(e)sistenza. «Nel 2012 — racconta Ciro Corona, laurea in Filosofia alla Federico Ð e master in gestione dei beni confiscati — abbiamo prodotto 8000 marmellate e 2000 succhi di frutta. Per me, che sono di Scampia, vedere figli di camorristi che lavorano con entusiasmo un terreno sottratto ad un imprenditore di camorra è un sogno che si realizza». Chiaiano, 9,67 chilo metri quadrati, 23.045 residenti, fino al 1926 Comune a sé stante, riserva sorprese come questa. Lasciano intravedere ipotesi di uno sviluppo che valorizzi finalmente le risorse del territorio, quelle sopravvissute al sacco edilizio ed agli ecocriminali, e produca lavoro, reddito, progresso civile. «Poco più sopra di questi terreni — racconta Ivo Poggiani, consigliere della Municipalità, tra gli animatori del centro sociale Insurgencia — ci sono i terreni dei Di Guida. Producono ciliegie di eccellenza, la famosa qualità Recca. In questa stessa area hanno aperto di recente un ristorante ed un agriturismo». Parla di Chiaiano con amore, pur essendo cresciuto altrove ed avendo conosciuto la zona solo sei anni fa, nel pieno delle manifestazioni per scongiurare l'apertura della discarica nella cava del Poligono. «Avevo 23 anni, e da quei giorni mi considero un chiaianese di adozione».
La discarica, appunto. Nel 2008 la vicenda fece il giro del mondo e la rotonda «Maradona», al confine tra Chaiaino e MaraNo, ospitò per settimane i bivacchi dei manifestanti, gli inviati dei media nazionali ed internazionali, le camionette della célere. Lo sversatoio dall'autunno del 2011 non accoglie ormai più un solo automezzo carico di rifiuti. La Provincia deliberò infatti di sospendere l'attività dell'impianto, dopo l'inchiesta dei pm Antonello Ardituro e Marco Del Gaudio, in forza alla Procura della Repubblica di Napoli, che coinvolse le ditte che avevano realizzato l'invaso: Ibi ed Edil Carandente. Avrebbero utilizzato, secondo l'accusa, materiali scadenti ed inadeguati. La vicenda giudiziaria è ancora in corso. La discarica, intanto, riempita di rifiuti per i due terzi, rispetto al progetto iniziale, appare agli occhi di chi la visiti come un enorme panettone ricoperto di teli neri. «C'è un progetto di messa in sicurezza», dice Enrico Angelone, il presidente della Sapna, la società provinciale per la gestione del ciclo dei rifiuti. «I fondi ci sono, arca 12 milioni, e sono vincolati. Abbiamo recepito le osservazioni della Provincia e ci accingiamo a trasmettere la pratica alla Regione, per la definitiva approvazione. Il mio sogno è di trasformare quel simbolo negativo in un'area a verde, un parco. Potrebbero bastare 506 milioni». Nel frattempo, la gestione ordinaria della ex discarica costa almeno 350.000 euro ogni dodici mesi. Quanto alla raccolta, il meccanismo del porta a porta garantisce percentuali di differenziata superiori a gran parte del resto della città. Sulla qualità e sulla purezza dei materiali, però, c'è ancora da lavorare.
«Questa — dice Foggiani mentre prosegue il giro del quartiere — è terra di agricoltura e di cave dalle quali si estraeva il tufo per le costruzioni». Molte di esse sono visibili già dal vagone della metropolitana, nel tratto che dal Frullone porta a Chiaiano. «Nel solo ambito della selva chiaianese ce ne sono 21. TrE erano di proprietà della Fibe e sono state poi trasferite allo Stato. Una, la cava Canditone, nei pressi del cimitero, fu sequestrata alla fine degli anni novanta, perché utilizzata per sversare materiali ferrosi ed altri rifiuti. Tuttora, come può notare chiunque si sporga ad osservarne il fondo, è ricolma di ma teriali di ogni sorta, evidentemente scaricati dall'alto. La cava ex Zara avrebbe dovuto ospitare un impianto fotovoltaico. Non se ne è fatto nulla. Idem per un'altra iniziativa: un bosco umido nella cava comunale. Neppure ha avuto seguito l'idea del laghetto artificiale che avrebbe dovuto essere realizzato negli invasi che erano di proprietà della Fibe e che sono poi passati al commissariato di governo, il quale avrebbe dovuto a sua volta cederli all'amministrazione comunale. Progetti ambiziosi, per complessivi 60 milioni di euro: 35 regionali e 25 dal ministero dell'Ambiente. Mai decollati, proprio come l'impianto di compostaggio che una società legata al Wwf proponeva di ubicare in un'altra cava. Erano tutte iniziative patrocinate, sei o sette anni fa, dal parco delle colline metropolitane, all'epoca affidato ad Agostino Di Lorenzo ed oggi gestito da un nuovo presidente, Giustino Parisi, peraltro dimissionario. «Quella — accusa Poggiani — è una struttura fantasma. Non se ne avverte la presenza, che pure potrebbe essere importante per promuovere il territorio, riqualificare antichi sentieri, valorizzare le produzioni agricole». Una occasione sprecata ed è grave perché stiamo parlando di un'area immensa: 2215 ettari di verde, un quinto del territorio napoletano, da Seccavo alla vi gna di San Martino, passando per Chiaiano, Pianura, i Camaldoli. «È significativo — commenta Di Lorenzo — che sulle cave, ad oggi, gli unici due progetti avviati siano stati promossi da privati e che siano invece fermi quelli che avrebbe dovuto sostenere il pubblico». Si riferisce agli invasi Contessa e Suarez, quest'ultimo di proprietà dell'arciconfraternita dei Pellegrini, che acconsentì a cedere la cava del Poligono a Bertolaso perché realizzasse la discarica. «Si prevede — dice l'ex presidente del Parco — di riempirle in parte con inerti dell'edilizia ed in parte con terreno vegetale. Diventeranno parchi agricoli». Via dalle cave, in direzione metro, ecco il nucleo storico del quartiere. La chiesa, stradine strette, le coorti di antichi palazzi. Poco oltre, dove un tempo c'era una masseria, il rione Toscanella. Un falansterio realizzato dopo il terremoto del 1980. Edilizia popolare di qualità scadente, nella peggiore tradizione italiana.

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