Rifiuti tossici in Campania: una questione europea

1 gennaio 2008 - Antonio Polichetti
Fonte: Bollettino delle Assise della Città di Napoli e del Mezzogiorno d'Italia
Anno I, nn. 16-21, dicembre 2007 - gennaio/febbraio 2008

Il traffico illecito di rifiuti tossici provenienti dal Nord Italia e da alcune parti d’Europa, diretti in tutte le regioni meridionali, è stato denunciato negli ultimi tempi dalla magistratura, ma non viene preso ancora nella giusta considerazione dai giornali nazionali più autorevoli e dalla attuale classe politica quando si affronta la questione irrisolta del ciclo dei rifiuti in Campania. È un problema, per l’opinione pubblica nazionale, di facciata e di costume: si dibatte sulla necessità di ripulire la città di Napoli e soprattutto di avviare un’opera di incivilimento dei meridionali che sarebbero, da un punto di vista culturale oltre che economico, arretrati rispetto ad una moderna società industriale. A questo proposito è doveroso riportare alcuni dati relativi all’avvelenamento da rifiuti tossici in Campania. L’esempio più chiaro di tutte le attività illecite si trova a Pianura, quartiere alla periferia di Napoli. Si legge su «Repubblica Napoli» del 7 febbraio 2008 in un articolo di Aldo Loris Rossi che la discarica allestita nel cratere del vulcano Senga, con foreste site in una zona archeologica, ha accolto, per 43 anni, migliaia di tonnellate di rifiuti tossici delle industrie del Nord, anche con l’autorizzazione della Provincia di Napoli. I rilievi effettuati dai carabinieri e oggetto delle indagini della magistratura hanno trovato conferma anche dall’assessore all’Ambiente della Provincia di Torino, Nicola De Ruggiero: «A Pianura sono arrivate almeno 800mila tonnellate dei rifiuti dell’Acna di Cengio, azienda emblematica del disastro ambientale causato dal Piemonte». E su «Repubblica Napoli» del 25 gennaio 2008 vengono riportati i dati relativi agli sversamenti illeciti di rifiuti speciali e tossici provenienti dal Nord e finiti nella discarica di Pianura dal 1987 al 1994: 16 tonnellate di scarti di collante acrilico dalla Sicaf di Cuzzango di Premosello (Novara); 21 tonnellate di fanghi dell’impianto di depurazione di Ferolmet di San Giuliano Milanese (Milano); 22 tonnellate di morchie di verniciatura, resine e fanghi dalla provincia di Padova; 25 tonnellate di rifiuti speciali cosmetici scaduti da Tocco Magico di Roma; 50 tonnellate di morchie di verniciatura dalla Sicaf di Premosello (Novara); 79 tonnellate di rifiuti speciali industriali da Centro Stoccaggio Ferrara di Robassomero (Torino); 113 tonnellate di polveri di amianto bricchettate da Centro di stoccaggio Ferrara di Robassomero (Torino); 552 tonnellate di fanghi di verniciatura della Ferolmet di San Giuliano Milanese (Milano); 1.106 tonnellate di scorie e ceneri di alluminio dalla Fonderie Riva di Parabiago (Milano).

Le conseguenze di questo massiccio inquinamento dei territori della Campania si sono manifestate da vari decenni. Ad Acerra (Na), per esempio, la moria di ovini, la nascita di agnelli deformi, l’aumento di malattie tumorali nell’uomo non hanno fine, come testimoniano autorevoli studi scientifici (la rivista medica «Lancet Oncology» 2004; Protezione civile, 2006). Per esempio, nello studio (1) commissionato dalla Protezione civile all’Oms, all’Istituto Superiore di Sanità, al Cnr, all’Osservatorio Epidemiologico della Regione Campania e all’Arpac, si legge che a Marigliano (Na), uno dei luoghi più colpiti dallo scarico criminale di veleni nelle campagne, c’è la più alta percentuale in Italia di tumori al fegato e ai dotti biliari. Viene evidenziato l’alto rischio di tumore epatico per i residenti in prossimità di discariche. Ed è stata riscontrata, a Marigliano, una concentrazione totale di diossina e furani rilevati sulla matrice dei terreni e dell’erba. Senza contare che in almeno due siti di Marigliano – località “Agrimonda” e “località via Lagnuolo” – l’inquinamento coinvolge il sottosuolo e le acque sotterranee. Solo nel 2001 sono state individuate dall’Arpac, nell’Acerrano, 25 pozzi avvelenati, 13 discariche abusive di eternit ed amianto. E anche la scoperta di nuove discariche ricolme di rifiuti tossici e veleni sembra non avere fine. La conseguenza sanitaria più terribile è stata riconosciuta e quantificata dall’Oms il 16 aprile 2007 con l’aumento in Campania delle malformazioni nei bambini (84% in più).

Si è chiuso in questi giorni un processo sul traffico illegale di rifiuti. Migliaia di tonnellate di amianto, solfuri, idrocarburi sono state raccolte illecitamente nel Veneto e spedite in Campania, in particolare nei comuni di Acerra, Bacoli e Giugliano («Il Mattino», 9 febbraio 2008). E proprio dal Nord Italia provengono, con nostra grande amarezza, le proteste contro l’immondizia della Campania e il diniego di aiuti. Proteste e dinieghi di ogni solidarietà per una popolazione oppressa dal tallone di una grande multinazionale del Nord – la Fibe del gruppo Impregilo – che gestisce, senza averne la competenza tecnica e scientifica e tantomeno organizzativa, il ciclo di smaltimento dei rifiuti in Campania. I cittadini di Bergamo, per esempio, la spazzatura di Napoli non la vogliono perché sostengono di avere già pagato i milioni di euro spesi in questi 15 anni per non risolvere il problema a causa dell’inefficienza e dell’incapacità tipica dei napoletani.

Oggi, in Italia stiamo vivendo giornate molto difficili, caratterizzate da una sfiducia nella politica e nelle istituzioni che è solo lo specchio di una sfiducia più profonda verso i valori fondanti dell’unità politica del nostro paese e della nostra vita culturale, sociale e civile. È, perciò, altrettanto doveroso, in questo momento e a proposito della tragica vicenda dei rifiuti tossici in Campania, ricordare alcuni fatti che hanno determinato la conformazione attuale – da un punto di vista sociale, economico e politico – di questo paese. Fatti che sono stati oggetto di riflessione dello storico Luigi De Rosa nella sua opera La provincia subordinata. Saggio sulla questione meridionale (Laterza 2004).

Nella storia d’Italia tutti i piani di sviluppo economico sono stati progettati sempre in favore degli interessi delle industrie più progredite che si trovavano nell’Italia settentrionale. Piani di sviluppo a senso unico che hanno trascurato il meridione e i suoi problemi strutturali di economia e sviluppo sociale. Tra il Nord e il Sud è rimasta, quindi, una grande differenza in termini economici, di infrastrutture e servizi. Questa tesi viene dimostrata con i continui mutamenti del modello economico che si sono voluti forzatamente adattare, di volta in volta, al mezzogiorno d’Italia.

Subito dopo l’unità d’Italia fu applicata al meridione la politica economica liberista del Piemonte. La piccola classe industriale napoletana sollecitò il governo a concedere solo un breve periodo di tempo per passare dal vecchio sistema protezionista borbonico al nuovo modello economico, ma non fu ascoltata. La mancanza di misure per salvaguardare le industrie meridionali portò alla perdita di tanti capitali dei risparmiatori meridionali e tolse agli imprenditori del Sud l’interesse per l’attività industriale. L’economia del mezzogiorno si concentrò sempre più sulla proprietà e sulla rendita. Il mercato agricolo meridionale, poi, fu bloccato dalla politica doganale di Francesco Crispi (1887) che favoriva la vendita dei prodotti agricoli del Nord costringendo gli agricoltori meridionali ad abbassare i prezzi dei loro prodotti. Il ritorno alla politica protezionista, ad opera di Francesco Crispi, dunque, fu immediato e non tenne conto delle attività economiche del mezzogiorno.

Quando, poi, grazie all’energico e continuo impegno di Francesco Saverio Nitti, furono approvate le leggi speciali per l’industrializzazione di Napoli, per lo sviluppo dell’agricoltura e delle infrastrutture in Basilicata e in Calabria e iniziarono a vedersi i primi risultati di questi provvedimenti, malauguratamente il governo italiano si lanciò nella guerra alla Libia. Per sostenere gli sforzi bellici si aprì la via, per lo Stato italiano, del debito pubblico. La questione meridionale fu nuovamente messa da parte e, mentre si faceva la guerra in Africa, il mezzogiorno restava privo di strade, ferrovie, fognature, scuole e università. Sullo stato miserabile delle scuole, dei paesi e delle città del mezzogiorno offre una grande testimonianza Umberto Zanotti Bianco ne Il martirio della scuola in Calabria: « [...] Qui ci troviamo di fronte ad un problema di civiltà generale: l’eroismo non è diffuso nel mondo come la vita, ed è ben difficile alimentare questa volontà di rinnovamento nell’atmosfera pigra e meschina di tanti poveri villaggi tagliati quasi fuori da tutte le correnti vive della Nazione.

Tra lo spirito umano e la personalità dei paesi v’è sempre una segreta intima armonia, una corrispondenza ignota provocatrice di visioni, d’amori, di tripudi e d’avvilimenti, di ripulse e di tristezze.

Ogni città ha, si può dire, uno stato d’animo, che lento s’insinua, che non sentito s’inocula in chi la vive e la soffre.

Or qual voce possono avere quelli ammassi luridi di casupole che paiono nate in un’ora di angoscia confusa, tumultuaria, e su cui il tempo ha lasciato cadere la sua cenere uniforme? Con quale idea di bellezza o d’amore, di dolcezza o di forza, può nutrire lo spirito quella vita di vergogna e d’abbrutimento?».

Proseguendo nella lettura del saggio di De Rosa si deve constatare che «anche il periodo che si era aperto con le migliori disposizioni verso il Sud si chiuse con l’ulteriore peggioramento dell’economia del mezzogiorno», a causa della precipitosa quanto inutile spedizione in Nord Africa.

Sia la prima che la seconda guerra mondiale costituirono una vera e propria «azione squilibratrice» tra il Nord e il Sud d’Italia. Tutte le industrie del Nord soddisfarono le esigenze della guerra con la loro produzione, dalle armi alle forniture meccaniche; lo Stato italiano si indebitò sempre di più per far fronte alle spese della guerra comprando le merci dalle industrie settentrionali. Il debito pubblico veniva coperto, in parte, dal risparmio forzato delle casse agricole del Sud e dei cittadini meridionali. Dalle due guerre il Nord uscì arricchito e formato da grossi nuclei industriali (Fiat, Ilva, Ansaldo, ecc...); le industrie del Nord, dopo essersi assicurate grandi profitti con la guerra, avevano tratto vantaggio dai contributi dello Stato che, tramite l’Imi, forniva «centinaia di miliardi di lire per il rinnovo e l’ampliamento degli impianti». Al Sud restarono solo la disoccupazione e l’emigrazione. Le industrie meridionali, infatti, «ottennero in prestito appena dieci miliardi da restituire entro 20 anni... somma che non poté essere erogata perché il Banco di Napoli e quello di Sicilia, che dovevano anticiparla, non disponevano della necessaria liquidità date le restrizioni creditizie adottate dal governo per contenere l’inflazione».

Tra le due guerre, inoltre, ci fu il ventennio fascista che risolse la questione meridionale rimuovendola del tutto. Mentre furono realizzati interventi statali importanti a favore di grandi imprese del Nord, «mancò, durante il fascismo, il proposito di mettere in atto una specifica politica a favore del mezzogiorno». Un esempio pratico del preciso indirizzo preso dal fascismo stava nelle opere di bonifica. Il governo di Mussolini decise che si potevano trascurare «le necessità di vita civile e di rinascita economica del mezzogiorno» (Atti parlamentari del 31 maggio 1930), ma non le opere che lo Stato progettava di fare nel Nord Italia. Le spese di bonifica intraprese al Nord furono superiori rispetto a quelle realizzate nelle regioni meridionali dove, comunque, c’erano paludi e malaria. Eppure, dopo la seconda guerra mondiale, dei dieci milioni di ettari di terreno da risanare sei milioni erano nel mezzogiorno dove l’agricoltura era quasi l’unica attività economica.

Per i danni prodotti dalla seconda guerra mondiale, poi, nel mezzogiorno furono impiegati i soldi del Piano Marshall e non, come erroneamente si è fatto credere, i generosi contributi delle regioni più progredite del Nord Italia. Il governo americano si preoccupò anche di fornire l’assistenza tecnica necessaria per un sicuro avviamento e completamento delle opere di ricostruzione. «Senza il Piano Marshall difficilmente l’Italia del dopoguerra avrebbe preso in considerazione una politica di investimenti infrastrutturali nel Sud».

Il modello di sviluppo del meridione, attraverso i progetti della Cassa per il mezzogiorno, cambiò in maniera drastica per altre due volte. Nel 1954 il piano Vanoni prevedeva per il Sud lo sviluppo diffuso della piccola e media impresa. Il risultato fu modesto perché non c’erano grossi capitali in grado di avviare una forte esportazione dei prodotti. Questo fallimento portò ad un immediato e decisivo cambio di strategia: il governo decise di investire nella grande industria. Il Sud doveva diventare un’area di produzione di materia di base da sviluppare, poi, in altre regioni. Il piano di sviluppo del mezzogiorno rimase sulla carta perché, come ha anche spiegato Pasquale Saraceno negli Studi sulla questione meridionale, in quel periodo il Nord Italia viveva una fase di grosso sviluppo e non gradiva nessun tipo di cambiamento o di interferenza che avesse potuto mutare il processo economico in atto.

Dalla metà degli anni Settanta gli investimenti pubblici furono concentrati sull’ammodernamento delle industrie già esistenti e non per stimolare l’economia del mezzogiorno. Da allora fino ad oggi si è assistito ad un progressivo aumento di risorse pubbliche destinato all’industria del Nord con una riduzione complessiva di quelle destinate al Sud. La Svimez, nel rapporto 2002, avvertiva che con una spesa pubblica nel meridione inferiore a quella del resto del paese sarebbe stato difficile evitare un regresso del sistema civile e produttivo dell’area. Tutto il dramma del dislivello tra Nord e Sud viene confermato e ribadito dagli stanziamenti per la ricerca scientifica e tecnologica che condannano il mezzogiorno e con esso le nuove generazioni di questo territorio ad una condizione di sottosviluppo paralizzante e purtroppo duraturo come risulta dalla lucida analisi della Commissione Meridionale per la Ricerca e del suo presidente Antonio Ruberti: «93 per cento dei fondi al Centro Nord e 7 per cento al Sud, con un numero di ricercatori per ogni 100 mila abitanti pari a 243 al Centro Nord contro 35 al Sud!» (2). La disparità di ricchezze e strutture tra la «provincia subordinata» e il resto del paese è, ora, evidente in tutti gli aspetti della vita economica italiana. E la Commissione Antimafia del 1993 ha posto in evidenza questa tendenza, tuttora in atto, delle politiche di sviluppo in Italia: da un lato finanziare aree e attività già sviluppate, cioè aiutare le aree settentrionali; d’altro lato erogare fondi, negli ultimi anni soprattutto europei, per il mezzogiorno in via di sviluppo. Ma i finanziamenti per il meridione sono stati erogati, in grandi quantità, quasi sempre per fronteggiare emergenze o situazioni di dissesto e mai per avviare una politica di sviluppo infrastrutturale e duraturo.

E la legge 488/92 che prevede la concessione di finanziamenti agevolati in favore delle imprese si è dimostrata una grande occasione per numerosi sedicenti imprenditori – soprattutto del nord Italia – per ottenere ingenti contributi pubblici senza portare a compimento l’opera di costruzione e avviamento dell’industria. Come dimostrato dal dossier del giornalista di Report, Sigfrido Ranucci, la truffa avviene grazie alla complicità di professionisti, consulenti, progettisti che sono sempre in grado di far approvare qualsiasi progetto, falsificando le fatture, creando figure immaginarie e numerose di disoccupati da poter assumere; e avviene anche a causa di una spaventosa carenza di controlli da parte dello Stato. Il primato per il conseguimento di questi finanziamenti-truffa è detenuto dalle regioni Sicilia e Calabria dove sono stati distrutti migliaia di ettari di agrumeti per fare posto al cemento di fabbriche mai entrate in funzione. E così, cinquantuno miliardi di euro sono stati spesi in sei anni (2000-2006) per lo sviluppo del mezzogiorno senza risultati. In un articolo de «La Stampa» (22 ottobre 2007) vengono riportati i dati di questo spreco di denaro pubblico attraverso uno studio della London School of Economics e della società Vision & Value; e Francesco Grillo, un ricercatore coautore del progetto, a proposito dei fondi perduti dichiara: «Dispersi in mille rivoli, in interventi che non hanno spesso la massa critica per raggiungere i risultati attesi o non li hanno prodotti affatto». La Commissione parlamentare antimafia del 1993 ha, dunque, evidenziato una costante dell’epoca successiva al terremoto del 1980 che colpì e distrusse molte città del mezzogiorno: «Il Parlamento non seppe vincere l’emotività dovuta ai gravi accadimenti sismici ed affidò la delicatissima gestione di oltre 50.000 miliardi ad un impianto legislativo costruito sull’eccezionalità, sull’eccessiva discrezionalità, sulla carenza di controlli e la indeterminatezza dei momenti decisionali. […] Ma anche quando cessò la spinta emotiva furono approvate, a grandissima maggioranza, modifiche legislative che hanno reso ancora più debole l’impianto originario, allargando l’area interessata dal terremoto a comuni neppure sfiorati dal sisma, consentendo la realizzazione di opere pubbliche senza una previa seria verifica della loro utilità, dando avvio ad iniziative di sviluppo industriale legate al solo conseguimento del contributo e facendo arbitri della situazione categorie di tecnici e professionisti privati inevitabilmente legati a logiche di profitto e spesso aventi interessi contrapposti a quelli delle pubbliche amministrazioni» (3). Il saccheggio dell’erario pubblico da parte delle grandi industrie del Nord praticato tramite gli appalti sulle grandi opere pubbliche, sulle costruzioni ferroviarie, sulle canalizzazioni dei fiumi, sui progetti di imponenti quanto inutili stabilimenti industriali e perfino provocando incendi nei boschi di aree protette, è la causa che cronicizza ed esaspera il dislivello economico tra il Nord e il Sud Italia.

L’esempio più eclatante è stato quello della grande rapina compiuta dall’ing. Rovelli con i suoi stabilimenti industriali costruiti con i soldi della Cassa per il Mezzogiorno e programmati in vista della rottamazione. Truffa ai danni dello Stato seguita dall’altra grande truffa dei 1000 miliardi scippati all’Imi con il giudizio intentato dall’ing. Rovelli e conclusosi con la sentenza frutto di una corruzione di alcuni magistrati e di conseguenti processi di natura penale e della successiva condanna della famiglia Rovelli alla restituzione dei 1000 miliardi.

Con le modifiche del titolo V della Costituzione (2001), apportate dalla legge di revisione costituzionale Bassanini, il riferimento alla valorizzazione del mezzogiorno è del tutto scomparso, ma è stato istituito un nuovo fondo perequativo, senza vincolo di destinazione, per i territori con minore capacità fiscale. Si legge da «Il Mattino» del 16 marzo 2008, infatti, che secondo la Svimez «applicando questo meccanismo rispetto al complesso dei trasferimenti soppressi in base alla legge Bassanini e al vecchio Fondo perequativo, il Sud perde un miliardo e 97 milioni di euro, che vanno a vantaggio del Centro Nord». È stata nuovamente rimossa la questione meridionale. L’indirizzo del fondo perequativo, infatti, dipenderà da come verrà organizzato il nuovo sistema fiscale; ma, conoscendo la storia di questo paese e data anche la difficoltà di coordinare il sistema fiscale nazionale per l’insieme di tutte le regioni d’Italia a causa del cosiddetto federalismo, non è difficile intuire che l’obiettivo dell’unificazione economica del paese è ben lontano. E, inoltre, una commissione, composta da esperti della Svimez e dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, ha concluso i suoi lavori rilevando che la Campania e la Puglia saranno le regioni più danneggiate dai provvedimenti previsti dalla legge Bassanini.

È difficile negare, oggi, che le zone più inquinate del pianeta sono quelle con scarse risorse economiche o in via di sviluppo. Nei paesi poveri del mondo le varie multinazionali inquinanti, approfittando di blande legislazioni sull’ambiente, investono con grandi profitti e trasportano e sversano tutti i loro rifiuti tossici. Non è un caso, forse, che la Campania da 14 anni ha un commissariato di governo per il ciclo di smaltimento dei rifiuti che agisce in deroga alle leggi dello Stato. Questo passaggio è fondamentale per comprendere la situazione storica in cui ci troviamo: la disumanità del potere industriale, che persegue unicamente la logica del profitto è tale da sacrificare ai suoi interessi i più elementari diritti umani, scatenando guerre per il pianeta, e i beni comuni, privatizzando l’accesso all’acqua per milioni di persone o negando il diritto alla salute, come constatiamo dolorosamente guardando il mondo povero e antico delle nostre campagne morire lentamente, giorno per giorno. È necessario per la salvezza delle nostre vite e delle nostre terre contrastare il potere delle grandi multinazionali che, per definizione, non hanno patria e perciò non possono amare che i propri interessi. Deve costituirsi, finalmente, una forza politica europea, uno Stato europeo, con un presidente del Consiglio, un ministro degli Esteri e uno della Giustizia. Soltanto una potente federazione di Stati Uniti d’Europa potrà contrastare, con tutte le forze che possiede la cultura europea, i biechi affarismi della speculazione finanziaria legata alle grandi banche, il saccheggio dell’erario pubblico e la devastazione di interi territori.

E in Italia, a proposito del traffico illecito di rifiuti tossici, si può dire, come già sosteneva Antonio Gramsci nei suoi articoli e nei suoi discorsi parlamentari, che il capitalismo si è sviluppato con un soggiogamento brutale dell’agricoltura, in particolare quella meridionale, agli interessi dell’industria. Si è sviluppata così una conflittualità nei rapporti tra città e campagna non solo tra le grandi città industriali e le zone agricole, ma tra l’intero mezzogiorno da una parte e l’Italia del Nord dall’altra. In Italia non si è mai riuscito a risolvere la questione dei contadini, ed è rimasta quindi irrisolta la questione meridionale; cioè è rimasto sospeso, se non in conflitto, il rapporto tra lo sviluppo industriale ed economico e la vera unità del paese. Un’unità che doveva farsi soprattutto attraverso lo sviluppo complessivo ed armonico della vita sociale, culturale ed economica di tutto il paese.

Questo piccolo spaccato di storia nazionale, reso possibile soltanto dal saggio di Luigi De Rosa, è necessario per cercare di capire come sia del tutto falsa e fuorviante l’idea che i rifiuti di Napoli siano soltanto un problema locale. È una questione europea! Le campagne del Napoletano e del Casertano – insieme a tutti i loro prodotti che vanno sul mercato – sono state avvelenate così tanto da rendere, probabilmente, lontana nel tempo la prospettiva di una bonifica territoriale. I cittadini delle regioni del Nord devono sapere che le grandi industrie settentrionali hanno scaricato al Sud – specialmente in Campania – in accordo con la camorra e con politici compiacenti, tutte le loro scorie tossiche per più di quarant’anni, inquinando le falde acquifere, ferendo a morte le nostre campagne e colpendo una dopo l’altra tutte le nostre città più belle. I cittadini del Nord Italia e di tutta Europa dovrebbero acquisire consapevolezza del disastro sanitario e ambientale della regione Campania e dovrebbero essere solidali con le vittime. Tutta l’Europa non deve consentire ai responsabili di questo grande delitto di riuscire a salvarsi. Sarebbe un’ulteriore offesa alla vita civile e morale del nostro paese.

Un’offesa alla vita e alla giustizia.

Note:

1. “Trattamento dei rifiuti in Campania, impatto sulla salute umana. Correlazione tra rischio ambientale da rifiuti, mortalità e malformazioni congenite” (ottobre-novembre 2006).
2. La ricerca scientifica in Italia, atti del Convegno Potenzialità e realtà della ricerca scientifica in Italia, organizzato dall’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici e dall’Accademia delle Scienze, detta dei XL, Napoli, Palazzo Serra di Cassano, 15 novembre 2003.
3. Camorra e Politica, Commissione Parlamentare Antimafia 1993 – Laterza 1994 (pag 3).

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