La banda dei rifiuti. Grazie agli inceneritori

15 marzo 2009 - Andrea Palladino
Fonte: Il Manifesto

«Gaeta’, quei certificati nun ponno cammena’, hai capito?». E’ il 13 maggio del 2008. I carabinieri del Noe, seguono ormai da mesi i camion dei monnezzari campani, ascoltano le telefonate, che in quelle ore diventano improvvisamente concitate, allarmate. C’è un giro di certificati di laboratorio falsi, sui quali gli investigatori stanno per mettere le mani. Qualche ora ancora e le parole di Fabio Mazzaglia, tecnico di laboratorio di Ercolano, diventano disperate: «Tu quel certificato lo devi fare sparire, hai capito Gaetà?». Gaetano - che ascolta preoccupato - è il direttore tecnico della De.Fi.Am., azienda specializzata in rifiuti, di Serino, in provincia di Avellino. Insieme al padre si occupa di rifiuti da sempre, si può quasi dire che sulla monnezza c’è nato. I suoi camion sono partiti da qualche ora, hanno risalito l’autostrada, imboccato l’uscita Colleferro, a pochi chilometri da Roma. Fanno questo percorso tutti i giorni, portando anche 24 tonnellate di rifiuti alla volta all’inceneritore del consorzio Gaia. Quel 13 maggio, però, i carabinieri avevano scoperto il trucco: le analisi necessarie a garantire che nei forni non entrasse nulla di tossico non erano mai state fatte.
Sono decine i tir che arrivano nel piazzale davanti alle due torri sputafumo di Colleferro. Scaricano balle di Cdr - combustibile da rifiuti - una sorta di carburante ottenuto triturando la monnezza d’Italia. Balle che salgono i due nastri, passano per una griglia ed entrano nei forni, che alimentano le turbine a vapore. Ne escono kilowatt, energia che una norma - abolita in Europa, ma resuscitata in Italia - chiama «pulita». Un rifiuto certificato - in teoria - esente da cloro, da metalli, da veleni, che se bruciati possono uccidere lentamente chi abita vicino alle due torri dell’inceneritore. Certificato all’origine, come il vino doc, con una carta d’identità da portare sempre appresso, pronta a dimostrare la purezza del prodotto.
Quel 13 maggio del 2008 i carabinieri erano andati a mettere il naso nel laboratorio di Fabio Mazzaglia, ad Ercolano, che preparava i certificati per le ecoballe della De.Fi.Am. Non un controllo di routine, ma una visita mirata, perché gli investigatori già sapevano che a Colleferro arrivavano rifiuti indifferenziati, non Cdr, arricchiti con copertoni, amianto, metalli, lastre di alluminio e batterie. I certificati del Cdr campano che a Colleferro bruciava erano taroccati, «nun ponno cammenà», come spiegava bene il direttore del laboratorio.
Vera monnezza era anche quella che arrivava da altre aziende campane, dalla romana Ama, da piccoli e grandi trasformatori di rifiuti. L’inceneritore bruciava il talquale, inquinava e truffava lo stato, secondo l’inchiesta che ha travolto nei giorni scorsi il consorzio Gaia. Nei forni entravano rifiuti sicuri solo sulla carta, accompagnati da certificati fasulli e sottoposti all’arrivo a controlli puramente formali.
Tra le pieghe dell’inchiesta si intravede il mondo dei monnezzari d’Italia. Campania, Puglia, Lazio, Toscana, la regione, in realtà, poco importa. Nel centro del business ci sono decine d’intraprendenti mediatori, stakeholder, affaristi, maghi della trasformazione. Serve Cdr? Offrono il servizio completo, laboratorio d’analisi incluso. Produzione, trasporto, certificazione in un unico pacchetto. «Io ho dodici carichi al giorno… pronti… subito … veloci …». Antonio Vischi, il mediatore tra Gaia e la De.Fi.Am., fa la sua offerta diretta a Stefania Brida, responsabile dei rifiuti di Colleferro. «Mandameli… otto sabato… mandameli, capito?». Ci pensa poi Antonio - secondo i magistrati - a sistemare i certificati, a far uscire dai laboratori i risultati giusti, a contrattare il prezzo, a far «risparmiare moltissimo sulla macinazione». Tutti sanno che di legale c’è ben poco, sanno di lavorare sul filo del rasoio, sanno che «se i Noe ci acchiappano ci fanno un c… così». Sanno, tacciono, trasportano, bruciano.
E’ una rete fitta, fatta di contatti spesso sotterranei, di società minuscole, ditte individuali. Come quella del socio di Antonio Vischi, Michele Rizzi, un pugliese che di rifiuti se ne intende. Nel 2006 venne coinvolto in un’altra inchiesta dei carabinieri del Noe, che portò a nove arresti in Puglia e in Campania. Quella volta i mediatori si occupavano di compost, di rifiuti organici da trasformare in concime, di rifiuti speciali che finivano in discariche non autorizzate. Venne arrestato dai magistrati pugliesi, ma è bastato cambiare regione per ritornare nel giro, questa volta con il Cdr e il megainceneritore di Colleferro.
Le quantità e i soldi in ballo sono enormi. Lo stesso Antonio Vischi - oggi agli arresti - qualche giorno prima che scattassero le manette e il sequestro degli impianti di Colleferro, cercava clienti su un portale specializzato nella mediazione dei rifiuti. «Abbiamo la disponibilità di 200 tonnellate al giorno di Cdr per impianto di termovalorizzazione del centro Italia», ovvero Colleferro. Un giro d’affari che poteva raggiungere anche i 500.000 euro al mese, solo per questo annuncio, considerando il valore di mercato di 90 euro a tonnellata.
Costi alti, altissimi, perché - in realtà - di Cdr ce n’è poco. Secondo il piano regionale dei rifiuti, il Lazio ne produce ogni anno 140.730 tonnellate, che a mala pena basterebbero per l’impianto di Colleferro. Quando poi il piano di realizzazione dei nuovi inceneritori andrà in porto, nel Lazio ci sarà una capacità di bruciare 710.000 tonnellate l’anno di combustibile da rifiuti, con un giro d’affari di quasi 70 milioni di euro solo per il costo del Cdr. Se già oggi il mercato dei rifiuti laziale è straordinariamente ricco per i tanti mediatori, il futuro immediato sarà la miniera d’oro delle ecomafie.
Il Cdr è in realtà il vero centro del business degli inceneritori. Il consorzio Gaia avrebbe dovuto produrlo direttamente - secondo i piani di qualche anno fa - ma i soldi sparirono. Un’altra inchiesta - sempre della Procura di Velletri - ha ricostruito un milionario giro di finanziamenti spariti nel nulla durante la gestione precedente il commissariamento. Milioni ottenuti dalla Cassa depositi e prestiti, destinati - tra l’altro - alla realizzazione d’impianti Cdr fantasma. Fu la dirigenza del consorzio a decidere che il combustibile era meglio comprarlo sul mercato, rivolgendosi ai mediatori che rastrellano i rifiuti ovunque. Carichi «pronti… veloci», senza tanta burocrazia. La guardia di finanza di Colleferro ricostruì con cura il presunto giro di fatturazioni false e di buchi di bilancio, denunciando nove ex amministratori e sequestrando 52 milioni di euro.
E’ bene tenere a mente il quadro descritto nell’indagine dei carabinieri del Noe di Roma. C’è un territorio continuo che scende da Roma fino a Caserta, che è oggi la terra degli inceneritori, del Cdr, del movimento frenetico di tir, della logistica della monnezza. Malagrotta, Albano, Colleferro, San Vittore nel Lazio sono gli impianti presenti e futuri del cartello Cerroni - Acea - Ama; Acerra è il terminale campano dell’asse del «ciclo industriale dei rifiuti» che sta entrando in funzione proprio in queste ore.
Proprio il Cdr e gli impianti di incenerimento costruiti dalla Fibe ad Acerra furono una delle principali cause dell’emergenza. E’ difficile - se non impossibile - trovare un combustibile da rifiuti decente da quelle parti. Quello che Colleferro bruciava dimostra che in realtà il problema non è solo campano. E mentre il consorzio Gaia viene messo in vendita, si inizia ad intravedere anche nel Lazio il ricatto dell’emergenza: le discariche rischiano la chiusura da un momento all’altro, la differenziata è ben lontana da un livello accettabile. Sarà un’altra emergenza a far digerire la truffa degli inceneritori?

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