Una bussola impazzita. Ritroviamo la rotta.

Le manifestazioni di piazza, i convegni tecnico/scientifici, i tavoli istituzionali convocati nell’ultimo mese ci restituiscono un quadro molto compromesso del livello di informazione e consapevolezza dei movimenti campani che oggi si stanno occupando della “vicenda rifiuti”.
29 novembre 2013 - Coordinamento Regionale Rifiuti

E' sicuramente un momento difficile.
E' complicato spiegare, per chi ha provato per tanti anni ad orientarsi nelle intricatissime vicende legate alla  'questione rifiuti' in Campania, quello che si prova in queste ore.
Vorremmo che la mobilitazione di questi giorni fosse già capillarmente informata e attenta. Invece.

Le manifestazioni di piazza, i convegni tecnico/scientifici, i tavoli istituzionali convocati nell’ultimo mese ci restituiscono un quadro molto compromesso del livello di informazione e consapevolezza dei movimenti campani che oggi si stanno occupando della “vicenda rifiuti”.
Alla spinta forte e sincera dei movimenti spontanei, purtroppo, si sono associate le adesioni di soggetti direttamente e indirettamente coinvolti in commissioni, tavoli, laboratori dove le proteste e le lotte storiche sono state depotenziate ed inquinate da infiltrazioni, contiguità e vicinanze che hanno rappresentato null’altro che tentativi di asservimento delle stesse ad interessi altri, in maggior parte politici ed economici.
Così ad oggi la mobilitazione di massa viene deliberatamente utilizzata per giustificare la pubblicazione di piattaforme 'non emendabili', frutto di strategie verticistiche, mai sottoposte ad un vero confronto nei contenuti; tutto ciò al solo fine di promuovere un equivoco “dialogo con le istituzioni”, reiterando metodi da vera e propria concertazione sindacale.

Tutto questo avviene mentre, in un rapido susseguirsi degli eventi da un mese a questa parte, assistiamo, senza che si registri alcuna reazione da parte dei territori, neppure quelli interessati dal disastro, all'assoluzione di Bassolino e di tutti gli imputati al processo FIBE-Impregilo; siamo forzati a subire il solito teatrino della “compagnia di giro” di Rifiuti Zero che, con 'People building future, Un futuro senza rifiuti', chiama a raccolta, in più giorni di convegno, ogni istituzione possibile e la quasi totalità dei personaggi che hanno permesso alla Rete Rifiuti Zero Italia, nei suoi percorsi impliciti ed espliciti, di mantenere le proprie ambiguità ed equivoci sul recupero energetico da rifiuti e sulla sua ingannevole utilità; assistiamo per di più alla promozione e realizzazione di un convegno da parte delle Assise della Città di Napoli e del Mezzogiorno d'Italia, le cui modalità vengono stranamente disconosciute persino dai responsabili della segreteria, mentre le personalità invitate alla discussione sono espressione, anche troppo evidente, di tutto quello che i comitati hanno combattuto con il loro impegno in questi anni.
È legittimo, dunque, il sospetto che tutto ciò sia funzionale ai disegni di chi, attorno alla “munnezza” e su di essa, ha guadagnato soldi e potere e oggi vuole confermare le proprie rendite di posizione e rilanciare proposte dannose per l’equilibrio ambientale; il tutto grazie ad un certo tipo di politica vetero-ambientalista, singolarmente disattenta e approssimativa.

Restare indifferenti di fronte a tutto questo è impossibile.
Così come è stato impossibile per noi accettare acriticamente slogan di mobilitazione di massa, incapaci di esprimere tutti i contenuti e le modalità di lotta che l'esperienza ci ha insegnato essere fondamentali, affinché i movimenti non vengano strumentalizzati da chi intende appropriarsi della loro rappresentanza, o da certa politica d’accatto sempre pronta ad “affacciarsi al balcone” fingendo di corrispondere a bisogni ed istanze, mentre nell’ombra sostiene piani industriali di  distruzione del territorio e del tessuto sociale.
Il percorso in cui siamo coinvolti ci conferma come oggi le lotte cosiddette "dal basso", non solo rappresentate dalle mobilitazioni di piazza, ma anche e soprattutto dal lavoro di elaborazione culturale svolto nei territori, siano facile obiettivo di controllo e strumentalizzazione da parte di soggetti o gruppi organizzati che hanno il preciso compito di tutelare gli interessi di partiti e di stakeholders economico-finanziari.
In una prospettiva ampia, è chiara la preoccupazione, da parte di un sistema integralmente fondato su un coacervo di poteri e interessi distorti, per ciò che un movimento per sua natura autonomo e non controllabile potrebbe produrre in termini di idee innovative, proposte e percorsi. Governando e manipolando i processi dall'interno è facile evitare che nascano nuovi soggetti politici in grado di farsi portatori sani di nuove idee di mondo, in contrasto con gli interessi in campo.
La trappola dei "recinti del dissenso" e delle "rivoluzioni controllate" scatta inequivocabilmente: le rivoluzioni arancioni di Napoli e Milano e il grillismo sono alcuni esempi recenti e chiari di una politica spregiudicata che intende cavalcare la buona fede dei cittadini, convogliandone il dissenso sui “binari morti” della politica.
La novità è che a questo tentativo di manipolazione si stiano riaffacciando, oltre alle forze tradizionalmente presenti della sinistra storica, perfino realtà, quali il Partito Democratico e Sel, che da lungo tempo avevano registrato  uno scollamento profondo tra la base elettorale ed i propri “rappresentanti”. O ancora forze che da un lato sono contigue al governo arancione della città di Napoli e, dall’altro, tentano di spacciarsi per la “novità dal basso” che avanza. Oppure, ancora, rappresentanti di rigurgiti neoborbonici che, in una insolita unione con aree di antagonismo contrarie alla colonizzazione del Sud, cavalcano l’orrore dei cittadini meridionali per l’inquinamento da rifiuti tossici, prodotto dalle industrie del nord Italia, e propongono deliranti percorsi di ricostruzione unitaria di un meridionalismo malato. Infine osserviamo che la consolidata propensione dei gruppi afferenti a certa sinistra, da sempre inclini al “dialogo” e alla trattativa con le istituzioni, trova ampia convergenza con la strategia di nuovi coordinamenti e gruppi comparsi sulla scena nell’ultimo anno; laddove incontri privati, separati, nelle segrete stanze di parrocchie, circoli e ministeri rappresentano ormai la norma, proponendo di fatto come inevitabile alla pubblica opinione un percorso di sudditanza istituzionale, il che costituisce un notevole arretramento in termini di dignità ed autonomia dei cittadini, con grave vulnus nell’esercizio dei loro fondamentali diritti di partecipazione.
Questi manipolatori del consenso sfruttano una subdola dinamica, mai mutata nel tempo, basata su alcune procedure operative ormai ampiamente riconoscibili:

  • sollevare il problema o contribuire a sollevarlo;
  • orientare la dinamica del confronto;
  • alimentare la confusione sui contenuti e sulle modalità della lotta;
  • promuovere strategie solo apparentemente partecipative in ambito istituzionale o para-istituzionale;
  • scegliere alcune parole d'ordine propagandistiche che possano creare consenso, all'interno del movimento, tra quanti si accostano alla questione con la sincera intenzione di spendersi per una causa sacrosanta;
  • censurare i contenuti scomodi accusando chi li propone di voler dividere anziché unire.

In tal modo si evita accuratamente, anzi si impedisce, di dare alle lotte stesse obiettivi che possano incidere seriamente, radicalmente e in maniera strutturale e sistemica, sul problema in essere, perseguendo finalità totalmente estranee alla sua  risoluzione,  e orientando le decisioni politico-amministrative esclusivamente a proprio vantaggio.

La stessa manifestazione “Fiumeinpiena/Stopbiocidio” del 16 Novembre 2013 si è svolta sotto l’”ombrello” di una piattaforma calata dall’alto e resa pubblica all’ultimo momento dagli organizzatori, i quali hanno imposto a tutti i loro contenuti e le loro strategie, censurando i contributi di coloro che, in un impeto di rinnovato slancio sociale, avevano provato, ingenuamente, a partecipare alla sua stesura.

Ecco allora che il coinvolgimento di centinaia di migliaia di cittadini, scesi in piazza per esprimere il proprio dolore e la propria rabbia, viene ridotto in una piattaforma  fintamente “condivisa”, che sul tema rifiuti, rappresenta quanto di più omissivo, ambiguo e compromissiorio si potesse proporre: 

  • Cos'ha di diverso la richiesta di un “reale controllo del territorio” rispetto alla militarizzazione delle discariche del D.L. 90/2008 convertito in L.123/2008? Soprattutto che senso ha tale richiesta se non quello di buttare fumo negli occhi, quando, ad esempio, è evidente che l’industria sommersa del tessile campano, di cui sono ben noti ambiti e finalità produttive mirate alla riduzione dei costi, non verrà mai smantellata? E che senso ha parlare genericamente di “controllo”, spalancando di fatto le porte alla militarizzazione, quando basterebbe da parte delle istituzioni garantire il funzionamento degli ordinari strumenti che qualunque stato democratico possiede già e dovrebbe poter attivare, provvedendo ad esempio, nello specifico, al controllo delle due principali arterie stradali attraverso le quali scorre oggi il 90% del traffico di rifiuti tossici provenienti da fuori regione?
  • Può un “Osservatorio Tecnico Scientifico Indipendente” far parte di una richiesta rivolta alle istituzioni, o si tratta piuttosto dell’ennesimo tavolo di concertazione, nel quale dispensare poltrone? Il “dialogo istituzionale”, i tavoli interministeriali, elementi non presenti tra i punti della piattaforma e non collettivamente condivisi, bensì “lanciati” dal palco, a fine manifestazione, dagli organizzatori sembrano confermare questo sospetto. Su tale percorso, a nostro avviso, è bene fare chiarezza: riconoscere i limiti compromissori dei tavoli di concertazione comporta la necessità di compiere scelte differenti, trovando la forza politica e intellettuale per proporre, determinare, organizzare momenti pubblici di denuncia e di confronto su tesi alternative, dove affermare con forza i valori di un nuovo paradigma ambientale, sui quali costringere le istituzioni a misurarsi.   
  • Ha ancora senso perdere tempo utile chiedendo un inutile e costoso Registro Tumori (ripetutamente respinto al mittente dalla Corte dei Conti) quando basterebbe una analisi informatizzata dei ticket sanitari di esenzione? O, peggio, ha ancora senso ipotizzare un osservatorio per definire il “nesso di causalità”, quando è conclamato che la gente non può vivere su territori in cui la catena alimentare è seriamente compromessa da migliaia di discariche illegali di rifiuti industriali usati al pari di concimi?
  • Si può ancora utilizzare la parola “bonifica (ma ben più raramente messa in sicurezza) e “valorizzazione dei prodotti agricoli di qualità” quando si propongono soluzioni parziali e inefficaci, utili solamente ad alimentare le tasche dei tecnici di turno, o peggio ancora mentre si insiste, nelle segrete stanze del Ministero dell’Ambiente, su un cambio di destinazione d’uso dei nostri suoli, promuovendo disastrosi accordi sul no-food con cui alimentare centrali a biomasse da costruire in tutta la regione?
  • Ha senso chiedere all’Europa il reato di ecocidio senza sollecitare energicamente, e in tutta Italia, l’attuazione di leggi di profilo europeo che già correlano la pena al danno ambientale prodotto?
  • A cosa serve l'apertura di (finti) impianti di compostaggio (in realtà biodigestori buoni solo ad aggravare la situazione dei depuratori campani e ad incrementare il business del recupero energetico dai rifiuti, perfino destinando il prodotto finale della biodigestione agli impianti di incenerimento), se la raccolta  differenziata di Asìa sta disastrosamente tracimando in un fallimento totale, con la sconcertante e disorientante riconversione della raccolta dal sistema porta a porta alla raccolta stradale?
  • Si può criticare i CIP6 senza condannare la logica del recupero energetico dai rifiuti e  senza esprimere una netta opposizione a tutti gli impianti che, tramite combustione, distruggono o depauperano la materia?
  • Si può, dunque, continuare a dichiararsi contrari “agli inceneritori e ad ogni forma di combustione dei rifiuti” senza condannare il ciclo integrato, che, come dimostra un ventennio di mala gestione, rappresenta il viatico per mega-discariche ed inceneritori? L'inganno di Rifiuti Zero Italia è stato smascherato tempo fa, ma forse giova rinnovare certe conclusioni: il ciclo integrato previsto da RZ non esclude la possibilità del recupero energetico da rifiuti, aprendo la strada a diversi tipi di combustione: biomasse e biodigestori. Eppure dovrebbe essere ormai chiaro che riduzione degli sprechi, riciclo totale della materia e combustione zero sono le uniche e sole precondizioni di principio per organizzare una filiera eco-compatibile, capace di integrarsi con gli equilibri naturali.

Queste sono solo alcune delle palesi contraddizioni: se si desiderano soluzioni, le richieste dovrebbero essere altrettanto precise.
In ultima analisi, il pericolo che la convergenza delle pressioni popolari verso una politica ambigua porti ad una nuova emissione di leggi speciali è assai concreto, come si preannuncia nel decreto del fare, che prevede l’istituzione di commissariamenti sovranazionali che eliminino ogni residuo ricordo (perché le tracce si sono perse tempo fa) di democrazia nei nostri territori.
Avanziamo, oggi,  la ferma richiesta che non si legiferi più – mai  più – in situazione di emergenza, oltrepassando ogni forma di reale partecipazione dei cittadini nella gestione del proprio territorio e derogando ai sistemi di protezione e controllo già previsti nella legislazione nazionale e comunitaria, ma che in nome di finte emergenze vengono puntualmente disattesi, stravolgendo così lo stato di diritto.

In conclusione, le  analisi più avanzate,  le proposte più significative sono state fino ad oggi elaborate a partire dalle esperienze e dai saperi delle comunità che in questi anni hanno subito l’arroganza del potere politico, la militarizzazione del territorio, le leggi speciali ed i tavoli tecnici  nel segno di una emergenza creata ad arte per fare affari: portare questo sforzo collettivo, ancora una volta, verso le paratie stagne di accordi politici che danneggeranno ulteriormente la nostra terra è una responsabilità che vogliamo lasciare ad altri. Noi costruiremo canali laterali, che irrorino la conoscenza dal basso dei problemi, che permettano ai territori di connettersi tra loro e autodeterminarsi.
Assistiamo in Campania e nel Mezzogiorno d’Italia  alla caduta definitiva di finti laboratori politici, i quali hanno svelato il loro vero volto e hanno prodotto  solo nuove compromissioni con il vecchio mondo dei partiti e degli affari.
C’è la forte esigenza di una rinascita di un momento di elaborazione condivisa e collettiva: noi su questo punto ci saremo, con la nostra autonomia, sempre e comunque.

Napoli 29/11/2013

CO.RE.ri.  - Coordinamento Regionale rifiuti della Campania
http://www.rifiuticampania.org

contatti@rifiuticampania.org
http:// www.facebook.com/CoordinamentoRegionalerifiutiCampania
Via Guglielmo San Felice, 33 - Napoli
Tel: 3284408376

E' sicuramente un momento difficile.

E' complicato spiegare, per chi ha provato per tanti anni ad orientarsi nelle intricatissime vicende legate alla  'questione rifiuti' in Campania, quello che si prova in queste ore.

Vorremmo che la mobilitazione di questi giorni fosse già capillarmente informata e attenta. Invece.


Le manifestazioni di piazza, i convegni tecnico/scientifici, i tavoli istituzionali convocati nell’ultimo mese ci restituiscono un quadro molto compromesso del livello di informazione e consapevolezza dei movimenti campani che oggi si stanno occupando della “vicenda rifiuti”.

Alla spinta forte e sincera dei movimenti spontanei, purtroppo, si sono associate le adesioni di soggetti direttamente e indirettamente coinvolti in commissioni, tavoli, laboratori dove le proteste e le lotte storiche sono state depotenziate ed inquinate da infiltrazioni, contiguità e vicinanze che hanno rappresentato null’altro che tentativi di asservimento delle stesse ad interessi altri, in maggior parte politici ed economici.

Così ad oggi la mobilitazione di massa viene deliberatamente utilizzata per giustificare la pubblicazione di piattaforme 'non emendabili', frutto di strategie verticistiche, mai sottoposte ad un vero confronto nei contenuti; tutto ciò al solo fine di promuovere un equivoco “dialogo con le istituzioni”, reiterando metodi da vera e propria concertazione sindacale.


Tutto questo avviene mentre, in un rapido susseguirsi degli eventi da un mese a questa parte, assistiamo, senza che si registri alcuna reazione da parte dei territori, neppure quelli interessati dal disastro, all'assoluzione di Bassolino e di tutti gli imputati al processo FIBE-Impregilo; siamo forzati a subire il solito teatrino della “compagnia di giro” di Rifiuti Zero che, con 'People building future, Un futuro senza rifiuti', chiama a raccolta, in più giorni di convegno, ogni istituzione possibile e la quasi totalità dei personaggi che hanno permesso alla Rete Rifiuti Zero Italia, nei suoi percorsi impliciti ed espliciti, di mantenere le proprie ambiguità ed equivoci sul recupero energetico da rifiuti e sulla sua ingannevole utilità; assistiamo per di più alla promozione e realizzazione di un convegno da parte delle Assise della Città di Napoli e del Mezzogiorno d'Italia, le cui modalità vengono stranamente disconosciute persino dai responsabili della segreteria, mentre le personalità invitate alla discussione sono espressione, anche troppo evidente, di tutto quello che i comitati hanno combattuto con il loro impegno in questi anni.

È legittimo, dunque, il sospetto che tutto ciò sia funzionale ai disegni di chi, attorno alla “munnezza” e su di essa, ha guadagnato soldi e potere e oggi vuole confermare le proprie rendite di posizione e rilanciare proposte dannose per l’equilibrio ambientale; il tutto grazie ad un certo tipo di politica vetero-ambientalista, singolarmente disattenta e approssimativa.


Restare indifferenti di fronte a tutto questo è impossibile.

Così come è stato impossibile per noi accettare acriticamente slogan di mobilitazione di massa, incapaci di esprimere tutti i contenuti e le modalità di lotta che l'esperienza ci ha insegnato essere fondamentali, affinché i movimenti non vengano strumentalizzati da chi intende appropriarsi della loro rappresentanza, o da certa politica d’accatto sempre pronta ad “affacciarsi al balcone” fingendo di corrispondere a bisogni ed istanze, mentre nell’ombra sostiene piani industriali di  distruzione del territorio e del tessuto sociale.

Il percorso in cui siamo coinvolti ci conferma come oggi le lotte cosiddette "dal basso", non solo rappresentate dalle mobilitazioni di piazza, ma anche e soprattutto dal lavoro di elaborazione culturale svolto nei territori, siano facile obiettivo di controllo e strumentalizzazione da parte di soggetti o gruppi organizzati che hanno il preciso compito di tutelare gli interessi di partiti e di stakeholders economico-finanziari.

In una prospettiva ampia, è chiara la preoccupazione, da parte di un sistema integralmente fondato su un coacervo di poteri e interessi distorti, per ciò che un movimento per sua natura autonomo e non controllabile potrebbe produrre in termini di idee innovative, proposte e percorsi. Governando e manipolando i processi dall'interno è facile evitare che nascano nuovi soggetti politici in grado di farsi portatori sani di nuove idee di mondo, in contrasto con gli interessi in campo.
La trappola dei "recinti del dissenso" e delle "rivoluzioni controllate" scatta inequivocabilmente: le rivoluzioni arancioni di Napoli e Milano e il grillismo sono alcuni esempi recenti e chiari di una politica spregiudicata che intende cavalcare la buona fede dei cittadini, convogliandone il dissenso sui “binari morti” della politica.

La novità è che a questo tentativo di manipolazione si stiano riaffacciando, oltre alle forze tradizionalmente presenti della sinistra storica, perfino realtà, quali il Partito Democratico e Sel, che da lungo tempo avevano registrato  uno scollamento profondo tra la base elettorale ed i propri “rappresentanti”. O ancora forze che da un lato sono contigue al governo arancione della città di Napoli e, dall’altro, tentano di spacciarsi per la “novità dal basso” che avanza. Oppure, ancora, rappresentanti di rigurgiti neoborbonici che, in una insolita unione con aree di antagonismo contrarie alla colonizzazione del Sud, cavalcano l’orrore dei cittadini meridionali per l’inquinamento da rifiuti tossici, prodotto dalle industrie del nord Italia, e propongono deliranti percorsi di ricostruzione unitaria di un meridionalismo malato. Infine osserviamo che la consolidata propensione dei gruppi afferenti a certa sinistra, da sempre inclini al “dialogo” e alla trattativa con le istituzioni, trova ampia convergenza con la strategia di nuovi coordinamenti e gruppi comparsi sulla scena nell’ultimo anno; laddove incontri privati, separati, nelle segrete stanze di parrocchie, circoli e ministeri rappresentano ormai la norma, proponendo di fatto come inevitabile alla pubblica opinione un percorso di sudditanza istituzionale, il che costituisce un notevole arretramento in termini di dignità ed autonomia dei cittadini, con grave vulnus nell’esercizio dei loro fondamentali diritti di partecipazione.      

Questi manipolatori del consenso sfruttano una subdola dinamica, mai mutata nel tempo, basata su alcune procedure operative ormai ampiamente riconoscibili:

Ø  sollevare il problema o contribuire a sollevarlo;

Ø  orientare la dinamica del confronto;

Ø  alimentare la confusione sui contenuti e sulle modalità della lotta;

Ø  promuovere strategie solo apparentemente partecipative in ambito istituzionale o para-istituzionale;

Ø  scegliere alcune parole d'ordine propagandistiche che possano creare consenso, all'interno del movimento, tra quanti si accostano alla questione con la sincera intenzione di spendersi per una causa sacrosanta;

Ø  censurare i contenuti scomodi accusando chi li propone di voler dividere anziché unire.

In tal modo si evita accuratamente, anzi si impedisce, di dare alle lotte stesse obiettivi che possano incidere seriamente, radicalmente e in maniera strutturale e sistemica, sul problema in essere, perseguendo finalità totalmente estranee alla sua  risoluzione,  e orientando le decisioni politico-amministrative esclusivamente a proprio vantaggio.


La stessa manifestazione “Fiumeinpiena/Stopbiocidio” del 16 Novembre 2013 si è svolta sotto l’”ombrello” di una piattaforma calata dall’alto e resa pubblica all’ultimo momento dagli organizzatori, i quali hanno imposto a tutti i loro contenuti e le loro strategie, censurando i contributi di coloro che, in un impeto di rinnovato slancio sociale, avevano provato, ingenuamente, a partecipare alla sua stesura.

Ecco allora che il coinvolgimento di centinaia di migliaia di cittadini, scesi in piazza per esprimere il proprio dolore e la propria rabbia, viene ridotto in una piattaforma  fintamente “condivisa”, che sul tema rifiuti, rappresenta quanto di più omissivo, ambiguo e compromissiorio si potesse proporre: 

 

Ø  Cos'ha di diverso la richiesta di un “reale controllo del territorio” rispetto alla militarizzazione delle discariche del D.L. 90/2008 convertito in L.123/2008? Soprattutto che senso ha tale richiesta se non quello di buttare fumo negli occhi, quando, ad esempio, è evidente che l’industria sommersa del tessile campano, di cui sono ben noti ambiti e finalità produttive mirate alla riduzione dei costi, non verrà mai smantellata? E che senso ha parlare genericamente di “controllo”, spalancando di fatto le porte alla militarizzazione, quando basterebbe da parte delle istituzioni garantire il funzionamento degli ordinari strumenti che qualunque stato democratico possiede già e dovrebbe poter attivare, provvedendo ad esempio, nello specifico, al controllo delle due principali arterie stradali attraverso le quali scorre oggi il 90% del traffico di rifiuti tossici provenienti da fuori regione?

Ø  Può un “Osservatorio Tecnico Scientifico Indipendente” far parte di una richiesta rivolta alle istituzioni, o si tratta piuttosto dell’ennesimo tavolo di concertazione, nel quale dispensare poltrone? Il “dialogo istituzionale”, i tavoli interministeriali, elementi non presenti tra i punti della piattaforma e non collettivamente condivisi, bensì “lanciati” dal palco, a fine manifestazione, dagli organizzatori sembrano confermare questo sospetto. Su tale percorso, a nostro avviso, è bene fare chiarezza: riconoscere i limiti compromissori dei tavoli di concertazione comporta la necessità di compiere scelte differenti, trovando la forza politica e intellettuale per proporre, determinare, organizzare momenti pubblici di denuncia e di confronto su tesi alternative, dove affermare con forza i valori di un nuovo paradigma ambientale, sui quali costringere le istituzioni a misurarsi.   

Ø  Ha ancora senso perdere tempo utile chiedendo un inutile e costoso Registro Tumori (ripetutamente respinto al mittente dalla Corte dei Conti) quando basterebbe una analisi informatizzata dei ticket sanitari di esenzione? O, peggio, ha ancora senso ipotizzare un osservatorio per definire il “nesso di causalità”, quando è conclamato che la gente non può vivere su territori in cui la catena alimentare è seriamente compromessa da migliaia di discariche illegali di rifiuti industriali usati al pari di concimi?

Ø  Si può ancora utilizzare la parola “bonifica (ma ben più raramente messa in sicurezza) e “valorizzazione dei prodotti agricoli di qualità” quando si propongono soluzioni parziali e inefficaci, utili solamente ad alimentare le tasche dei tecnici di turno, o peggio ancora mentre si insiste, nelle segrete stanze del Ministero dell’Ambiente, su un cambio di destinazione d’uso dei nostri suoli, promuovendo disastrosi accordi sul no-food con cui alimentare centrali a biomasse da costruire in tutta la regione?

Ø  Ha senso chiedere all’Europa il reato di ecocidio senza sollecitare energicamente, e in tutta Italia, l’attuazione di leggi di profilo europeo che già correlano la pena al danno ambientale prodotto?

Ø  A cosa serve l'apertura di (finti) impianti di compostaggio (in realtà biodigestori buoni solo ad aggravare la situazione dei depuratori campani e ad incrementare il business del recupero energetico dai rifiuti, perfino destinando il prodotto finale della biodigestione agli impianti di incenerimento), se la raccolta  differenziata di Asìa sta disastrosamente tracimando in un fallimento totale, con la sconcertante e disorientante riconversione della raccolta dal sistema porta a porta alla raccolta stradale?

Ø  Si può criticare i CIP6 senza condannare la logica del recupero energetico dai rifiuti e  senza esprimere una netta opposizione a tutti gli impianti che, tramite combustione, distruggono o depauperano la materia?

Ø  Si può, dunque, continuare a dichiararsi contrari “agli inceneritori e ad ogni forma di combustione dei rifiuti” senza condannare il ciclo integrato, che, come dimostra un ventennio di mala gestione, rappresenta il viatico per mega-discariche ed inceneritori? L'inganno di Rifiuti Zero Italia è stato smascherato tempo fa, ma forse giova rinnovare certe conclusioni: il ciclo integrato previsto da RZ non esclude la possibilità del recupero energetico da rifiuti, aprendo la strada a diversi tipi di combustione: biomasse e biodigestori. Eppure dovrebbe essere ormai chiaro che riduzione degli sprechi, riciclo totale della materia e combustione zero sono le uniche e sole precondizioni di principio per organizzare una filiera eco-compatibile, capace di integrarsi con gli equilibri naturali.

Queste sono solo alcune delle palesi contraddizioni: se si desiderano soluzioni, le richieste dovrebbero essere altrettanto precise.

In ultima analisi, il pericolo che la convergenza delle pressioni popolari verso una politica ambigua porti ad una nuova emissione di leggi speciali è assai concreto, come si preannuncia nel decreto del fare, che prevede l’istituzione di commissariamenti sovranazionali che eliminino ogni residuo ricordo (perché le tracce si sono perse tempo fa) di democrazia nei nostri territori.

Avanziamo, oggi,  la ferma richiesta che non si legiferi più – mai  più – in situazione di emergenza, oltrepassando ogni forma di reale partecipazione dei cittadini nella gestione del proprio territorio e derogando ai sistemi di protezione e controllo già previsti nella legislazione nazionale e comunitaria, ma che in nome di finte emergenze vengono puntualmente disattesi, stravolgendo così lo stato di diritto.


In conclusione, le  analisi più avanzate,  le proposte più significative sono state fino ad oggi elaborate a partire dalle esperienze e dai saperi delle comunità che in questi anni hanno subito l’arroganza del potere politico, la militarizzazione del territorio, le leggi speciali ed i tavoli tecnici  nel segno di una emergenza creata ad arte per fare affari: portare questo sforzo collettivo, ancora una volta, verso le paratie stagne di accordi politici che danneggeranno ulteriormente la nostra terra è una responsabilità che vogliamo lasciare ad altri. Noi costruiremo canali laterali, che irrorino la conoscenza dal basso dei problemi, che permettano ai territori di connettersi tra loro e autodeterminarsi.

Assistiamo in Campania e nel Mezzogiorno d’Italia  alla caduta definitiva di finti laboratori politici, i quali hanno svelato il loro vero volto e hanno prodotto  solo nuove compromissioni con il vecchio mondo dei partiti e degli affari.

C’è la forte esigenza di una rinascita di un momento di elaborazione condivisa e collettiva: noi su questo punto ci saremo, con la nostra autonomia, sempre e comunque.

Napoli 29/11/2013

CO.RE.ri.  - Coordinamento Regionale rifiuti della Campania
http://www.rifiuticampania.org

contatti@rifiuticampania.org
http:// www.facebook.com/CoordinamentoRegionalerifiutiCampania
Via Guglielmo San Felice, 33 - Napoli
Tel: 3284408376

E' sicuramente un momento difficile.

E' complicato spiegare, per chi ha provato per tanti anni ad orientarsi nelle intricatissime vicende legate alla  'questione rifiuti' in Campania, quello che si prova in queste ore.

Vorremmo che la mobilitazione di questi giorni fosse già capillarmente informata e attenta. Invece.


Le manifestazioni di piazza, i convegni tecnico/scientifici, i tavoli istituzionali convocati nell’ultimo mese ci restituiscono un quadro molto compromesso del livello di informazione e consapevolezza dei movimenti campani che oggi si stanno occupando della “vicenda rifiuti”.

Alla spinta forte e sincera dei movimenti spontanei, purtroppo, si sono associate le adesioni di soggetti direttamente e indirettamente coinvolti in commissioni, tavoli, laboratori dove le proteste e le lotte storiche sono state depotenziate ed inquinate da infiltrazioni, contiguità e vicinanze che hanno rappresentato null’altro che tentativi di asservimento delle stesse ad interessi altri, in maggior parte politici ed economici.

Così ad oggi la mobilitazione di massa viene deliberatamente utilizzata per giustificare la pubblicazione di piattaforme 'non emendabili', frutto di strategie verticistiche, mai sottoposte ad un vero confronto nei contenuti; tutto ciò al solo fine di promuovere un equivoco “dialogo con le istituzioni”, reiterando metodi da vera e propria concertazione sindacale.


Tutto questo avviene mentre, in un rapido susseguirsi degli eventi da un mese a questa parte, assistiamo, senza che si registri alcuna reazione da parte dei territori, neppure quelli interessati dal disastro, all'assoluzione di Bassolino e di tutti gli imputati al processo FIBE-Impregilo; siamo forzati a subire il solito teatrino della “compagnia di giro” di Rifiuti Zero che, con 'People building future, Un futuro senza rifiuti', chiama a raccolta, in più giorni di convegno, ogni istituzione possibile e la quasi totalità dei personaggi che hanno permesso alla Rete Rifiuti Zero Italia, nei suoi percorsi impliciti ed espliciti, di mantenere le proprie ambiguità ed equivoci sul recupero energetico da rifiuti e sulla sua ingannevole utilità; assistiamo per di più alla promozione e realizzazione di un convegno da parte delle Assise della Città di Napoli e del Mezzogiorno d'Italia, le cui modalità vengono stranamente disconosciute persino dai responsabili della segreteria, mentre le personalità invitate alla discussione sono espressione, anche troppo evidente, di tutto quello che i comitati hanno combattuto con il loro impegno in questi anni.

È legittimo, dunque, il sospetto che tutto ciò sia funzionale ai disegni di chi, attorno alla “munnezza” e su di essa, ha guadagnato soldi e potere e oggi vuole confermare le proprie rendite di posizione e rilanciare proposte dannose per l’equilibrio ambientale; il tutto grazie ad un certo tipo di politica vetero-ambientalista, singolarmente disattenta e approssimativa.


Restare indifferenti di fronte a tutto questo è impossibile.

Così come è stato impossibile per noi accettare acriticamente slogan di mobilitazione di massa, incapaci di esprimere tutti i contenuti e le modalità di lotta che l'esperienza ci ha insegnato essere fondamentali, affinché i movimenti non vengano strumentalizzati da chi intende appropriarsi della loro rappresentanza, o da certa politica d’accatto sempre pronta ad “affacciarsi al balcone” fingendo di corrispondere a bisogni ed istanze, mentre nell’ombra sostiene piani industriali di  distruzione del territorio e del tessuto sociale.

Il percorso in cui siamo coinvolti ci conferma come oggi le lotte cosiddette "dal basso", non solo rappresentate dalle mobilitazioni di piazza, ma anche e soprattutto dal lavoro di elaborazione culturale svolto nei territori, siano facile obiettivo di controllo e strumentalizzazione da parte di soggetti o gruppi organizzati che hanno il preciso compito di tutelare gli interessi di partiti e di stakeholders economico-finanziari.

In una prospettiva ampia, è chiara la preoccupazione, da parte di un sistema integralmente fondato su un coacervo di poteri e interessi distorti, per ciò che un movimento per sua natura autonomo e non controllabile potrebbe produrre in termini di idee innovative, proposte e percorsi. Governando e manipolando i processi dall'interno è facile evitare che nascano nuovi soggetti politici in grado di farsi portatori sani di nuove idee di mondo, in contrasto con gli interessi in campo.
La trappola dei "recinti del dissenso" e delle "rivoluzioni controllate" scatta inequivocabilmente: le rivoluzioni arancioni di Napoli e Milano e il grillismo sono alcuni esempi recenti e chiari di una politica spregiudicata che intende cavalcare la buona fede dei cittadini, convogliandone il dissenso sui “binari morti” della politica.

La novità è che a questo tentativo di manipolazione si stiano riaffacciando, oltre alle forze tradizionalmente presenti della sinistra storica, perfino realtà, quali il Partito Democratico e Sel, che da lungo tempo avevano registrato  uno scollamento profondo tra la base elettorale ed i propri “rappresentanti”. O ancora forze che da un lato sono contigue al governo arancione della città di Napoli e, dall’altro, tentano di spacciarsi per la “novità dal basso” che avanza. Oppure, ancora, rappresentanti di rigurgiti neoborbonici che, in una insolita unione con aree di antagonismo contrarie alla colonizzazione del Sud, cavalcano l’orrore dei cittadini meridionali per l’inquinamento da rifiuti tossici, prodotto dalle industrie del nord Italia, e propongono deliranti percorsi di ricostruzione unitaria di un meridionalismo malato. Infine osserviamo che la consolidata propensione dei gruppi afferenti a certa sinistra, da sempre inclini al “dialogo” e alla trattativa con le istituzioni, trova ampia convergenza con la strategia di nuovi coordinamenti e gruppi comparsi sulla scena nell’ultimo anno; laddove incontri privati, separati, nelle segrete stanze di parrocchie, circoli e ministeri rappresentano ormai la norma, proponendo di fatto come inevitabile alla pubblica opinione un percorso di sudditanza istituzionale, il che costituisce un notevole arretramento in termini di dignità ed autonomia dei cittadini, con grave vulnus nell’esercizio dei loro fondamentali diritti di partecipazione.      

Questi manipolatori del consenso sfruttano una subdola dinamica, mai mutata nel tempo, basata su alcune procedure operative ormai ampiamente riconoscibili:

  • sollevare il problema o contribuire a sollevarlo;
  • orientare la dinamica del confronto;
  • alimentare la confusione sui contenuti e sulle modalità della lotta;
  • promuovere strategie solo apparentemente partecipative in ambito istituzionale o para-istituzionale;
  • scegliere alcune parole d'ordine propagandistiche che possano creare consenso, all'interno del movimento, tra quanti si accostano alla questione con la sincera intenzione di spendersi per una causa sacrosanta;
  • censurare i contenuti scomodi accusando chi li propone di voler dividere anziché unire.

In tal modo si evita accuratamente, anzi si impedisce, di dare alle lotte stesse obiettivi che possano incidere seriamente, radicalmente e in maniera strutturale e sistemica, sul problema in essere, perseguendo finalità totalmente estranee alla sua  risoluzione,  e orientando le decisioni politico-amministrative esclusivamente a proprio vantaggio.


La stessa manifestazione “Fiumeinpiena/Stopbiocidio” del 16 Novembre 2013 si è svolta sotto l’”ombrello” di una piattaforma calata dall’alto e resa pubblica all’ultimo momento dagli organizzatori, i quali hanno imposto a tutti i loro contenuti e le loro strategie, censurando i contributi di coloro che, in un impeto di rinnovato slancio sociale, avevano provato, ingenuamente, a partecipare alla sua stesura.

Ecco allora che il coinvolgimento di centinaia di migliaia di cittadini, scesi in piazza per esprimere il proprio dolore e la propria rabbia, viene ridotto in una piattaforma  fintamente “condivisa”, che sul tema rifiuti, rappresenta quanto di più omissivo, ambiguo e compromissiorio si potesse proporre: 

 

  • Cos'ha di diverso la richiesta di un “reale controllo del territorio” rispetto alla militarizzazione delle discariche del D.L. 90/2008 convertito in L.123/2008? Soprattutto che senso ha tale richiesta se non quello di buttare fumo negli occhi, quando, ad esempio, è evidente che l’industria sommersa del tessile campano, di cui sono ben noti ambiti e finalità produttive mirate alla riduzione dei costi, non verrà mai smantellata? E che senso ha parlare genericamente di “controllo”, spalancando di fatto le porte alla militarizzazione, quando basterebbe da parte delle istituzioni garantire il funzionamento degli ordinari strumenti che qualunque stato democratico possiede già e dovrebbe poter attivare, provvedendo ad esempio, nello specifico, al controllo delle due principali arterie stradali attraverso le quali scorre oggi il 90% del traffico di rifiuti tossici provenienti da fuori regione?
  • Può un “Osservatorio Tecnico Scientifico Indipendente” far parte di una richiesta rivolta alle istituzioni, o si tratta piuttosto dell’ennesimo tavolo di concertazione, nel quale dispensare poltrone? Il “dialogo istituzionale”, i tavoli interministeriali, elementi non presenti tra i punti della piattaforma e non collettivamente condivisi, bensì “lanciati” dal palco, a fine manifestazione, dagli organizzatori sembrano confermare questo sospetto. Su tale percorso, a nostro avviso, è bene fare chiarezza: riconoscere i limiti compromissori dei tavoli di concertazione comporta la necessità di compiere scelte differenti, trovando la forza politica e intellettuale per proporre, determinare, organizzare momenti pubblici di denuncia e di confronto su tesi alternative, dove affermare con forza i valori di un nuovo paradigma ambientale, sui quali costringere le istituzioni a misurarsi.   
  • Ha ancora senso perdere tempo utile chiedendo un inutile e costoso Registro Tumori (ripetutamente respinto al mittente dalla Corte dei Conti) quando basterebbe una analisi informatizzata dei ticket sanitari di esenzione? O, peggio, ha ancora senso ipotizzare un osservatorio per definire il “nesso di causalità”, quando è conclamato che la gente non può vivere su territori in cui la catena alimentare è seriamente compromessa da migliaia di discariche illegali di rifiuti industriali usati al pari di concimi?
  • Si può ancora utilizzare la parola “bonifica (ma ben più raramente messa in sicurezza) e “valorizzazione dei prodotti agricoli di qualità” quando si propongono soluzioni parziali e inefficaci, utili solamente ad alimentare le tasche dei tecnici di turno, o peggio ancora mentre si insiste, nelle segrete stanze del Ministero dell’Ambiente, su un cambio di destinazione d’uso dei nostri suoli, promuovendo disastrosi accordi sul no-food con cui alimentare centrali a biomasse da costruire in tutta la regione?
  • Ha senso chiedere all’Europa il reato di ecocidio senza sollecitare energicamente, e in tutta Italia, l’attuazione di leggi di profilo europeo che già correlano la pena al danno ambientale prodotto?
  • A cosa serve l'apertura di (finti) impianti di compostaggio (in realtà biodigestori buoni solo ad aggravare la situazione dei depuratori campani e ad incrementare il business del recupero energetico dai rifiuti, perfino destinando il prodotto finale della biodigestione agli impianti di incenerimento), se la raccolta  differenziata di Asìa sta disastrosamente tracimando in un fallimento totale, con la sconcertante e disorientante riconversione della raccolta dal sistema porta a porta alla raccolta stradale?
  • Si può criticare i CIP6 senza condannare la logica del recupero energetico dai rifiuti e  senza esprimere una netta opposizione a tutti gli impianti che, tramite combustione, distruggono o depauperano la materia?
  • Si può, dunque, continuare a dichiararsi contrari “agli inceneritori e ad ogni forma di combustione dei rifiuti” senza condannare il ciclo integrato, che, come dimostra un ventennio di mala gestione, rappresenta il viatico per mega-discariche ed inceneritori? L'inganno di Rifiuti Zero Italia è stato smascherato tempo fa, ma forse giova rinnovare certe conclusioni: il ciclo integrato previsto da RZ non esclude la possibilità del recupero energetico da rifiuti, aprendo la strada a diversi tipi di combustione: biomasse e biodigestori. Eppure dovrebbe essere ormai chiaro che riduzione degli sprechi, riciclo totale della materia e combustione zero sono le uniche e sole precondizioni di principio per organizzare una filiera eco-compatibile, capace di integrarsi con gli equilibri naturali.

Queste sono solo alcune delle palesi contraddizioni: se si desiderano soluzioni, le richieste dovrebbero essere altrettanto precise.

In ultima analisi, il pericolo che la convergenza delle pressioni popolari verso una politica ambigua porti ad una nuova emissione di leggi speciali è assai concreto, come si preannuncia nel decreto del fare, che prevede l’istituzione di commissariamenti sovranazionali che eliminino ogni residuo ricordo (perché le tracce si sono perse tempo fa) di democrazia nei nostri territori.

Avanziamo, oggi,  la ferma richiesta che non si legiferi più – mai  più – in situazione di emergenza, oltrepassando ogni forma di reale partecipazione dei cittadini nella gestione del proprio territorio e derogando ai sistemi di protezione e controllo già previsti nella legislazione nazionale e comunitaria, ma che in nome di finte emergenze vengono puntualmente disattesi, stravolgendo così lo stato di diritto.


In conclusione, le  analisi più avanzate,  le proposte più significative sono state fino ad oggi elaborate a partire dalle esperienze e dai saperi delle comunità che in questi anni hanno subito l’arroganza del potere politico, la militarizzazione del territorio, le leggi speciali ed i tavoli tecnici  nel segno di una emergenza creata ad arte per fare affari: portare questo sforzo collettivo, ancora una volta, verso le paratie stagne di accordi politici che danneggeranno ulteriormente la nostra terra è una responsabilità che vogliamo lasciare ad altri. Noi costruiremo canali laterali, che irrorino la conoscenza dal basso dei problemi, che permettano ai territori di connettersi tra loro e autodeterminarsi.

Assistiamo in Campania e nel Mezzogiorno d’Italia  alla caduta definitiva di finti laboratori politici, i quali hanno svelato il loro vero volto e hanno prodotto  solo nuove compromissioni con il vecchio mondo dei partiti e degli affari.

C’è la forte esigenza di una rinascita di un momento di elaborazione condivisa e collettiva: noi su questo punto ci saremo, con la nostra autonomia, sempre e comunque.

Napoli 29/11/2013

CO.RE.ri.  - Coordinamento Regionale rifiuti della Campania
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