I rifiuti spariti. Chi li ha visti ?

27 maggio 2005 - Alina Lombardo
Fonte: econews - Anno 4 Nr. 4 - 17 06 2005 - 17 giugno 2005

Una montagna alta come il Monte Penice, nell'Appennino dell'Oltrepo pavese. Una montagna con una base di tre ettari che continua a crescere e che oggi tocca i 1460 metri d'altezza. È suggestiva l'immagine scelta da Legambiente nel Rapporto Ecomafie 2005, ancora fresco di stampa, per tentare di dare un'idea della quantità di rifiuti speciali che, in Italia, scompaiono nel nulla nel tragitto compreso tra i luoghi di produzione e quelli di smaltimento o recupero.
Già, perché stando a quanto si legge nel Rapporto Rifiuti 2004 di APAT e Osservatorio Nazionale sui Rifiuti, nel 2002 (anno a cui si riferiscono i dati più aggiornati), in Italia sono stati prodotti 92,1 milioni di tonnellate di rifiuti speciali, ma ne sono stati gestiti 77,5 milioni. Il che equivale a dire che anche nel 2002 diversi milioni di tonnellate di rifiuti speciali (14,6 per l'esattezza) sono semplicemente... scomparsi: ne viene stimata la produzione, ma non se ne conosce il destino finale.
Secondo il Rapporto 2004 di APAT e ONR, dei circa 92,1 milioni di tonnellate di rifiuti speciali prodotti in Italia nel 2002, 49,3 milioni di tonnellate sono non pericolosi, 4,9 milioni di tonnellate sono rifiuti speciali pericolosi, 37,3 milioni di tonnellate sono rifiuti da costruzione e demolizione e circa 401 mila tonnellate sono "rifiuti non determinati".

Da dove vengono?
La distribuzione della produzione degli speciali nel 2002, tra le diverse tipologie previste dall'Elenco Europeo dei Rifiuti, rileva che le categorie maggiormente rappresentate dei non pericolosi sono: rifiuti da costruzione e demolizione (43% del totale con 37,3 milioni di tonnellate); rifiuti da impianti di trattamento (13,6% con 11,8 milioni di tonnellate); rifiuti inorganici prodotti da processi termici (11% con 9,6 milioni di tonnellate); rifiuti della prospezione, estrazione e lavorazione di minerali e materiali di cava (6,7% con 5,8 milioni di tonnellate). Quanto ai rifiuti speciali pericolosi, invece, le categorie maggiormente rappresentate sono: rifiuti da processi chimici organici (24 % del totale con 1,2 milioni di tonnellate); rifiuti non specificati altrimenti nell'elenco (12%, 0,6 milioni di tonnellate); rifiuti inorganici prodotti da processi termici (9,4%, 0,47 milioni di tonnellate); oli esausti (8,8%, 0,44 milioni di tonnellate). Questa descrizione tiene conto, avverte il Rapporto, della classificazione introdotta dal nuovo Elenco Europeo dei Rifiuti (in vigore dal 1° gennaio 2002) che, oltre a prevedere una classificazione in origine dei rifiuti come pericolosi o non pericolosi, introduce l'identificazione di pericoloso o non pericoloso anche in funzione della concentrazione di sostanze pericolose presenti nei rifiuti.
Tale modifica, che ha l'indubbio merito di migliorare l'identificazione e la classificazione dei rifiuti, ha di fatto determinato un aumento dei rifiuti pericolosi, a fronte di una diminuzione dei non pericolosi. In cifre, precisa il Rapporto, nel triennio 2000/2002 si è registrato un incremento della produzione totale di rifiuti speciali con una diminuzione dei rifiuti non pericolosi (-5,1%) e un notevole incremento di quelli pericolosi (+22%).

Dove vanno a finire?
La forma di gestione più utilizzata per i rifiuti speciali è rappresentata dal recupero, settore che assorbe circa il 50% del totale (oltre 42 milioni di tonnellate). «Si tratta però di un dato falsato - sottolinea Ghita Gorio, responsabile del settore Rifiuti speciali della società di servizi ambientali Ecodeco e consigliera di Fise Assoambiente - che nasce dalla grande confusione generata dal DM 5 febbraio 1998 (Individuazione dei rifiuti non pericolosi sorroposti alle procedure semplificate di recupero, ndr). Provvedimento che ha sì diminuito drasticamente la quantità di rifiuti destinati agli impianti di smaltimento, ma con un trucco: si fa passare per recupero di materia un'enorme quantità di rifiuti che, in realtà, sono smaltiti al di fuori degli impianti tradizionali».
Trucco che, a ben guardare, è svelato nello stesso Rapporto Rifiuti 2004 di Apat Onr là dove scrive: «Per i rifiuti non pericolosi, l'analisi dei dati evidenzia che le quantità di rifiuti avviati al recupero/riciclo delle sostanze inorganiche, tra il 1998 ed il 2002, subiscono un incremento notevole arrivando al 49% con circa 21 milioni di tonnellate; si tratta, nella maggior parte dei casi di recuperi non effettuati all'interno di impianti, ma derivanti dall'utilizzo di rifiuti per rilevati e sottofondi stradali, rimodellamenti morfologici, riempimenti di cave, ricopertura giornaliera o finale delle discariche, ripristini ambientali. La tipologia di rifiuti maggiormente utilizzata per tali operazioni di recupero è rappresentata dagli inerti da costruzione e demolizione».
Al secondo posto nell'elenco delle forme di gestione dei rifiuti speciali più utilizzate si trova lo smaltimento in discariche autorizzate (26%, pari a circa 20 milioni di tonnellate); seguono: il trattamento chimico-fisico, o biologico, preliminari allo smaltimento (16%, pari a 12,4 milioni di tonnellate); il deposito preliminare o la messa in riserva in impianti di stoccaggio o in impianti che effettuano anche altre operazioni di recupero, operazione gestita da soggetti autorizzati che assorbe il 16% dei rifiuti speciali (pari a 15,5 milioni di tonnellate); la valorizzazione energetica (circa il 3% circa, pari ad un quantitativo di 2,3 milioni di tonnellate di rifiuti) sia in impianti dedicati (impianti di recupero di biogas, impianti di valorizzazione di biomasse, gassificatori) sia in impianti produttivi quali cementifici, impianti per la produzione di energia, ed altri impianti produttivi che utilizzano rifiuti come combustibile; residuale, infine, la quantità di rifiuti speciali avviata all'incenerimento (poco più dell'1%, pari a circa 823 mila tonnellate).

Il buco nero dello stoccaggio
Di tutte queste destinazioni, sono gli impianti di stoccaggio a rappresentare l'anello debole della catena, una sorta di buco nero dove sono transitati secondo il rapporto dell'Apat e dell'Onr circa 15,5 milioni di tonnellate di rifiuti, una cifra molto simile guarda caso alla stima dei 14 milioni di tonnellate di rifiuti speciali che secondo Legambiente sono scomparsi nel nulla, e li fa ricomparire in un circuito alternativo che segue rotte di ogni tipo, interprovinciali, interregionali, da Nord a Sud: non importa la direzione, l'importante è che se ne perdano le tracce.
Destinazione finale: smaltimento abusivo. «In Italia, smaltire abusivamente si può, perché oltre il 70% del totale dei rifiuti speciali passa dai centri di stoccaggio mallevando dalla responsabilità i produttori dei rifiuti» dice Ghita Gorio. Cosa vuol dire? Che da quel momento il rifiuto può prendere (e, di fatto, spesso prende) qualunque direzione.

Piatto ricco...
«Piatto ricco, mi ci ficco», recita un vecchio proverbio. E con le cifre appena esposte una cosa salta subito agli occhi: quello dei rifiuti è un settore nel quale si può realizzare un bel business. Talmente "bello" da aver generato un mercato illegale di dimensioni interessanti. A descriverlo, minuziosamente in tutti i suoi aspetti, è il rapporto Rifiuti Spa. Radiografia dei traffici illeciti (gennaio 2005) realizzato dall'Osservatorio nazionale ambiente e legalità di Legambiente in collaborazione con il Comando Carabinieri per la Tutela dell'ambiente. «Un mercato in piena regola, con i suoi prezzi per ogni tipologia di rifiuti e con i suoi profitti, a dire il vero molto alti, considerando i bassissimi
costi da sostenere e la totale inosservanza delle più elementari regole di sicurezza per l'ambiente e la salute» precisa Stefano Ciafani coordinatore dell'ufficio scientifico di Legambiente, tra i curatori del Rapporto. La tipologia dei rifiuti trattati? «Ricchissima - aggiunge Ciafani - si va dalle polveri di abbattimento fumi delle acciaierie ai fanghi di depuratori industriali e civili; dalle terre derivanti dalle operazioni di bonifica ai rifiuti contenenti rame, arsenico, mercurio, cadmio, piombo, cromo, nichel, cobalto, molibdeno; dai residui di conceria ai rifiuti ospedalieri, dai rifiuti urbani ai pneumatici fino al fluff, le parti non metalliche delle automobili dismesse». E come ogni mercato che si rispetti, anche quello dei rifiuti speciali ha il suo prezziario (rimasto rigorosamente in lire).
Qualche esempio: terre di spazzamento delle strade, 55 lire/kg; imballaggi con residui di rifiuti pericolosi, da 280 a 350 lire/kg se "trattati" in maniera fraudolenta; diluenti e altri rifiuti pericolosi, 500 lire/kg; terre e inerti da lavori cimiteriali, 30 lire/kg; fluff a 185 lire/Kg, trasporto compreso; rifiuti costituiti da pentasolfuro di fosforo a 1.200 lire/kg.

Secondo i carabinieri del Comando tutela ambiente, il profitto illecito realizzato in circa sei mesi durante un traffico fermato grazie a una delle numerose inchieste portate a termine dall'Arma contro la "Rifiuti Spa", si può stimare sia stato di 3,3 milioni di euro, mentre l'evasione dell'ecotassa ammonta a circa 500mila euro. «Chi ha prodotto la "materia prima" dei traffici (in particolare fanghi di conceria) - precisa il Rapporto - ha risparmiato, tranne qualche eccezione di produttore truffato, almeno la metà del costo. Chi li ha gestiti illegalmente ha incassato per intero i proventi, senza sostenere i costi previsti da un corretto smaltimento». È proprio il caso di dirlo: oltre al danno (all'ambiente) la beffa (all'erario).

Il "giro di bolla"
Fino a qualche tempo fa, tutto andava bene per smaltire illegalmente e alla luce del sole i rifiuti speciali: cave dismesse, buche scavate sotto il sole in luoghi un po' fuori mano, capannoni industriali stipati come uova.
Oggi, con l'intensificarsi delle operazioni di contrasto da parte delle forze dell'ordine, le tecniche di smaltimento illegale si avvalgono di metodologie più sofisticate. Una tra le più diffuse è l'operazione del cosiddetto "giro bolla" o "triangolazione". «Consiste - si legge nel Rapporto Ecomafia 2005 - nel far transitare i rifiuti solo cartolarmente da uno stoccaggio all'altro, oppure attraverso impianti di recupero e/o di compostaggio con il fine di declassare la tipologia del rifiuto trattato, aggirando la normativa. Attraverso una rete articolata di faccendieri, analisti, chimici, impiegati e trasportatori il rifiuto entra con la bolla del produttore e con un determinato codice in un centro di stoccaggio. Successivamente con una nuova bolla dello stesso centro, lo stesso rifiuto, senza subire alcun trattamento ed in alcuni casi subendo solo la miscelazione con altri rifiuti, è inviato per lo smaltimento/recupero finale, ovviamente dopo aver cambiato "identità". Un solvente tossico destinato a finire in una discarica di rifiuti pericolosi, dopo il giro bolla, attraverso una miscelazione è "trasformato" in un innocuo rifiuto urbano e poi avviato se va bene in una discarica per rifiuti urbani ma nella maggior parte dei casi gettato in discariche illegali o recuperato come compost da usare nei terreni agricoli o come sottofondo stradale».

Che fare?
Negli ultimi anni, a dire il vero, la rete di trafficanti di rifiuti attiva in Italia qualche duro colpo l'ha subito. Grazie all'art. 53 bis del D. Lgs. 22/97, meglio noto come Decreto Ronchi, che punisce con la reclusione da 1 a 6 anni il delitto di "Attività organizzata per il traffico illecito di rifiuti", secondo le elaborazioni di Legambiente da febbraio 2002 a maggio 2005, il Corpo forestale dello Stato, la Guardia di finanza e soprattutto il Comando Tutela ambiente dell'Arma dei Carabinieri hanno condotto 37 indagini che hanno portato a 221 arresti di trafficanti e 739 denunce, hanno impegnato 25 Procure e coinvolto 19 regioni e 213 aziende (dall'intermediazione allo smaltimento, passando per il trasporto, lo stoccaggio e il trattamento).
Una norma necessaria ed efficacissima, dicono associazioni ambientaliste e forze dell'ordine, ma che secondo gli industriali da sola non può bastare. «Tutta la materia è oggi regolata da norme confuse, difficilissime da applicare e da far rispettare - sottolinea Ghita Gorio -; il settore, invece, ha bisogno di poche leggi, chiare e semplici, di una legislazione nazionale che ponga fine all'attuale regime di devolution. Oggi ogni regione, persino ogni provincia, può decidere modalità diversissime di concessione di autorizzazioni. Autorizzazioni che, a loro volta, sono spesso assolutamente incomprensibili». E allora? «Allora - conclude Gorio - bastano quattro cose: una legislazione nazionale chiara e semplice; il riconoscimento della responsabilità del produttore sui suoi rifiuti fino alla loro destinazione finale; una fideiussione sui rifiuti stoccati a carico di chi gestisce gli impianti; una legge sul recupero dei rifiuti più chiara del DM 2/5/98 e in armonia con le direttive europee».
Ancora. «Non bisogna sottovalutare - aggiunge Lucia Venturi, responsabile scientifica di Legambiente - la scarsa efficacia dei controlli di carattere amministrativo sulle autorizzazioni concesse, spesso con procedure semplificate, agli impianti di stoccaggio, trattamento e recupero. Ma i controlli andrebbero effettuati a partire dai luoghi di produzione, per mettere in atto una sorta di "tracciabilità" dei rifiuti, che renderebbe più difficoltose sia le elusioni da parte di chi li produce, sia le attività illecite di miscelazione e del successivo smaltimento. Il ruolo dei produttori è infatti fondamentale nella filiera dei controlli e sarebbe quindi auspicabile da parte loro un maggiore senso di responsabilità, anche nel monitoraggio dei contratti di raccolta, trasporto e smaltimento, così da evitare possibili truffe».
A chiedere un giro di vite sui controlli nella raccolta e trasporto dei rifiuti non sono solo gli ambientalisti. È del 9 giugno la condanna dell'Italia da parte della Corte di giustizia dell'Ue per non aver rispettato le direttive europee in materia di rifiuti, in particolare l'obbligo di registrazione, presso le autorità competenti, delle imprese responsabili della raccolta o del trasporto dei rifiuti. Due i "capi d'accusa": l'Italia «permette alle imprese di esercitare la raccolta e il trasporto dei propri rifiuti non pericolosi, come attività ordinaria e regolare, senza obbligo di essere iscritte all'Albo nazionale delle imprese esercenti servizi di smaltimento rifiuti»; l'Italia permette alle imprese produttrici di «trasportare i propri rifiuti pericolosi in quantità che non eccedano i 30 chilogrammi e i 30 litri al giorno, senza obbligo di essere iscritte all'Albo». Concessioni, sostiene la Corte europea, che contrastano con la direttiva comunitaria che, al contrario, nell'intento di intensificare il controllo da parte delle autorità sul ciclo dei rifiuti, prevede per questo tipo di aziende, ma anche per quelle che smaltiscono o recuperano rifiuti per conto di terzi (commercianti o intermediari), l'obbligo di essere iscritti presso le competenti autorità qualora non siano soggetti ad autorizzazione.

Alina Lombardo

Note:

Il "Rapporto Ecomafia 2005" è distribuito dal Centro di documentazione di Legambiente (contributo 10,00 euro + spese di spedizione)
Info: 06/86268327

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