L'altro collaboratore di giustizia parla di una trattaiva con lo Stato

Due pentiti per Cosentino uno tira in ballo don Diana

5 febbraio 2013 - Conchita Sannino
Fonte: Repubblica Napoli

SANTA MARIA CAPUA VETERE - «Chiesi a don Diana di far votare Cosentino alla Provincia. Lui portava tanti voti. Tempo dopo, facemmo lavori in sacrestia». Racconto choc del pentito Carmine Schiavone, in aula. Un criminale non più attivo tira per la giacca la memoria di un simbolo. Insorge l' avvocato Agostino De Caro: «Come si permette? Lei offende la memoria di un prete anticamorra».
ACCADE anche questo, nel processo a carico del deputato uscente Pdl Nicola Cosentino - accusato di concorso esterno in associazione mafiosa (pm Alessandro Milita). Il nome di un martire della camorra come don Peppino Diana, ucciso il 19 marzo del 1994 con tre colpi alla testa in sacrestia per il suo impegno anticamorra, tirato per la giacca, gettato nell' agone del dibattimento. Un processo che promette di riservare molte sorprese. Già l' ultima udienza si era chiusa con una deposizione di grande peso firmata dall' ex deputato Pd, Lorenzo Diana, contro le connivenze e la capacità di controllo del territorio messa in piedi, specie nel settore dei rifiuti, da Cosentino e presunti sodali. Volete sapere perché chiuse la discarica di Parco Saurino? - aveva detto, tra l' altro, Diana - per fare affogare la regione nei rifiuti e far crollare Bassolino. Ieri, è la volta di due importanti pentiti dei casalesi.
È un racconto choc, quello di Carmine Schiavone: ex imprenditore e criminale, cugino del padrino Francesco, l'ergastolano detto Sandokan. Schiavone ha la forma mentis di un padrino di Cosa Nostra, l' abilità strategica rivendicata persino con fierezza come «un'altra cosa» rispetto alla camorra. «Noi avevamo la nostra idea: dovevamo formare i nostri giovani come persone con la testa, dovevamo formarli come magistrati, poliziotti, carabinieri, politici e perché no, anche ministri: per avere i nostri referenti nelle istituzioni». Poi, sempre collegato in videoconferenza con il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, Schiavone tira fuori il ricordo del sacerdote.
«Chiesi a don Peppino Diana di sostenere Nicola Cosentino come candidato alle provinciali: era il 1991. Il prete portava molti voti, era seguito», dice Schiavone. Aggiunge: «Cosentino mi chiese di coinvolgere il prete». Non solo: il collaboratore di giustizia conferma anche che i lavori di costruzione di una scuola furono affidati, truccando l'appalto, alla propria azienda di calcestruzzo Schiavone e alla manodopera di un altro affiliato, Sebastiano Corvino; aggiunge poi che col calcestruzzo realizzarono anche «i lavori per la chiesa di don Nicola, la sacrestia, gli spogliatoi per i ragazzi, e così via».
Il paradosso è che insorge il difensore dell' imputato Cosentino, Agostino De Caro. Lo fa quasi in veste "privata", De Caro è stato giovanissimo boy-scout accanto al prete ucciso. «Ma lei, Schiavone, come si permette? Lei conosce l' integrità morale di don Peppino Diana?». «Certo», risponde il collaboratore. E argomenta: «C'era un tessuto di rapporti di parentela tra la famiglia di don Peppino e noi Schiavone. E comunque lui, don Peppino, era molto critico, parlava sempre contro i camorristi: tanto che io gli dicevo di stare attento, e in qualche modo gli garantivamo una protezione. Finché io non mi sono allontanato, lui era protetto». L' avvocato, affiancato dal collega Stefano Montone, insiste: «Come può confermare che don Diana si impegnava contro la camorra e dire che appoggiava i vostri candidati?». Schiavone, adirato: «Don Diana detestava i camorristi, ma io ero un uomo d'onore, io non sono mai stato un camorrista».
Poco prima, l' altro collaboratore, Dario De Simone, altro pezzo da novanta dei casalesi, aveva raccontato nei dettagli della «trattativa in corso tra Stato e camorra, cioè con tutti i più grossi capi campani. Era un papello napoletano, ma autonomo da Cosa Nostra. Secondo quanto mi riferivanoi Moccia, che avevano rapporti molti in alto sia con la politica romana sia con la Chiesa, il referente era l' allora ministro Conso. Noi dovevamo consegnare le armi, ma in cambio avevamo un alleggerimento sulle leggi, niente ergastoli e niente confische, e intanto continuavamo le cose nostre. Ne parlai anche con Cosentino, di questo. Invece la cosa saltò perché Francesco Schiavone detto Sandokan non accettò: disse che lui, allo Stato, non voleva consegnare neanche un temperino»

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